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8月24日 Pietre Preziose...Bevo: il mio intruglio al Malibù e Ananas Mood: Dovrei fare altro… Allora, rieccomi a parlare di cose futili (quando mai ho smesso?). Come voi ben tutti sapete, e se non lo sapete lo scoprite ora, il 27 di Luglio è stata una giornata epocale e storica per me e per molti altri malati di mente. In Europa sono sbarcati i due nuovi episodi della corroborante saga dei Pokémon: Diamante e Perla. Per chi è fermo ad una conoscenza superficiale del fenomeno Pokémon, un breve excursus si fa necessario per farvi scordare l’odioso Pikachu e per portarvi a comprendere il mondo complesso e incredibilmente articolato che vi è dietro. Pokémon è una contrazione (tipica della lingua giapponese) che incorpora in se due parole inglesi: Poket Monster, Mostri Tascabili. L’idea nasce dalla geniale mente di Satoshi Tajiri, che decise di creare, per la beneamata Nintendo, il corrispettivo tecnologico di uno dei passatempi più amati dai bambini della sua generazione, ovvero la collezione di insetti. Pare infatti che nell'inspiegabilmente assurdo arcipelago chiamato Giappone, per i bambini, il catturare e collezionare coleotteri e farfalle sia il massimo del divertimento. Pensare che io, se un giorno mai partorirò dei marmocchi, chiamerei immantinente lo psicologo (Emiliano o Eleonora) qualora vedessi uno dei portatori sani di miei geni armeggiare con delle blatte. In ogni caso, il buon signor Satoshi Tajiri, rielaborò gli insetti facendoli diventare dei mostriciattoli dalle varie sembianze e dando loro poteri e debolezze, e mise tutto in una di quelle, cosi amabilmente retrò, cartucce per game boy e, nel febbraio del 1996 uscirono sul mercato giapponese i capostipite della interminabile saga, Pokémon Aka e Pokémon Midori, arrivati nel 1998 qui da noi con la coerente traduzione di Pokémon Rosso e Pokémon Verde. Da allora la sostanza del videogioco è cambiata di ben poco: si parte trovandosi davanti ad un ardua scelta su quale Pokémon farsi regalare per iniziare l’avventura, si viaggia per la regione d’ambientazione del gioco(in diamante è Sinnoh, in generale, si tratta di regioni ispirate a quelle del Giappone), armati di Pokéball, in cerca di Pokémon da catturare ed adoperare per le lotte in cui si sfidano altri allenatori. Alla fine, lo scopo ultimo del gioco è quello di completare il Pokédex, strumento che raccoglie i dati su ogni Pokémon che si incontra o si cattura, e crearsi un team equilibrato con cui sconfiggere ad uno ad uno la squadra dei Superquatto e il Campione della lega, ovvero gli allenatori più potenti che si incontrano sul proprio cammino. La cosa incredibilmente eccitante è che tra l’inizio del gioco e il momento in cui ci si stanca di giocare e si lancia inesorabilmente il Nintendo ds dalla finestra per l’esasperazione, intercorrono una serie interminabile di eventi: la caccia a Pokémon che appaiono solo in determinate ore del giorno in determinati luoghi, la possibilità di improvvisarsi in piccoli Mendel e provare intrecci genetici di Pokémon, partecipare a gare di vario tipo per ottenere dei fiocchi (orridi a mio avviso) con cui agghindare le bestiole, le varie e assurde modalità multiplayer che ti permettono di scambiare Pokémon introvabili nella versione Diamante con quelli introvabili nella versione Perla, o, semplicemente, di duellare contro altri esseri umani. In questi giorni di Pokédroga non riesco a ragionare senza pensare a quanto sono fiera del mio Pokémon d’erba Rosade, a quanto mi serve un PPsu per alzare Fuocobomba al mio Infernape, sono diventata talmente assuefatta a questa esperienza che l’altro ieri sera, nel mezzo di una cena parentale, ho affidato il mio Nintendo ds Nero a mio cugino di meno di dieci anni per far salire di livello i vari Pokémon, sentendomi dire, con voce quasi schifata da quello più grande “Io non gioco con Pokémon perché i miei compagni di classe mi prendono in giro, è da bambini”. C’è da dire che ammiro la costanza di Emiliano, che segue con scrupolosa attenzione l’evolversi dei suoi Pokémon, che ha fatto nascere uno Zubat, incrociandolo con non so cosa, che ha come mossa di base ipnosi (rendendolo sgravatissimo), che questa sera si apposterà alla centrale eolica per catturare un Drifloon, e che, in sostanza, con la sua mistica devozione, riesce a sfruttare a pieno le potenzialità del gioco. Io invece mi limito a far crescere di livello le bestiacce, a insegnare loro mosse offensive, partecipare di tanto in tanto alle gare di bellezza e di classe, cucinare i Poffin, l’equivalente dei Muffin, e nutrire amorevolmente le mie bestiole. In realtà proprio per le sue mille sfaccettature, Pokémon Perla e Diamante (io ho diamante, e più chic, ma, in sostanza, cambiano poche cose tra le due versioni: il Pokèmon leggendario che si può catturare è Palkia in Perla e Dialga in diamante e poi una manciata di Pokémon si trovano solo in una versione e un altra manciata solo nell'altra) si adattano perfettamente a qualsiasi tipo di giocatore, da chi segue le regole con estrema dovizia (leggi Emiliano), a chi ama giocare alla rinfusa e in modo disordinato (ehm… si, sono una scellerata, ma per fortuna giocando così si fa molta esperienza), a chi è un amante dell’rpg, a chi trova carini dei mostriciattoli e adora agghindarli con nastrini e stelline, a chi vuole fare danni all’avversario, a chi si affeziona ad un Pokémon e lo vuole far crescere sano e forte. Di base, per la sua estrema intuitività è consigliabile a qualsiasi età, e, per le mamme in cerca di informazioni, smentiamo una volta per tutte il fatto che i Pokémon facciano venire attacchi di epilessia e che si tratta di un gioco violento. Le parole scelte nell’adattamento italiano sono a prova di bambino. Quando il Pokémon termina il proprio combattimento con insuccesso, non vengono mostrati schizzi di sangue e neppure parole spaventose, ma, più semplicemente, la barra di energia si svuota e appare la scritta “è esausto” e non “è morto bruciando tra atroci sofferenze” , poi, semplicemente, si fa un salto al Centro Pokémon e si affidano le proprie bestiole per qualche secondo ad un infermiera vestita di rosa che le cura e si riparte per una nuova sfida. Inoltre, credo con grande intensità alla socializzazione attraverso eventi di tipo ludico, quindi, se il sangue del tuo sangue è un pochetto disadattato, forniscilo di un Nintendo ds e se catturerà Mesprit, sicuramente guadagnerà la stima dei suoi coetanei, e anche la mia… 8月17日 Welcome Back...Sorseggio: il vero caffè, e non delle porcate di Starbucks Fumo: l’immancabile benson Mood: Pancia piena dopo un bel piatto di basmati e un po’ di Lassi al Mango Arieccomi. Ok, sopravvissuta a due fottuti voli in aerei Ryan Air, mi preparo a redigervi un resoconto abbastanza dettagliato dei miei giorni londinesi. Breve appunto prima di iniziare il racconto: il pomeriggio prima di partire ero alla coop, la mia amata coop, armata di salvatempo, a comprare deodorante e lamette per depilarmi (si, puzzo e sono pelosa) e mi sono ritrovata davanti allo scaffale delle tinte per capelli. Presa dalla consapevolezza di morte certa su aereo ho arraffato, in modo del tutto irrazionale, una confezione di L’Oreal color booster e mi sono fatta fare la tinta ai miei sfibrati capelli dalla mia pettoruta cugina. Quindi, dopo anni in cui Eleonora, Emiliano e Maru mi hanno sentita ripetere “Mi farò i capelli rossi”, coadiuvata dal terrore di volare, ho finalmente spalmato sulla mia capoccia delle sostanze chimiche che mi hanno reso una roscia non naturale. Iniziamo. Alla partenza il terrore era sul mio volto. Il volo, ovviamente in italianissimo ritardo, si fa attendere e io medito sulla lunga serie di cose che non ho ancora fatto prima di crepare. Salgo sull’aereo e inizio a soffrire, con le mani mi aggrappo al poggiatesta del malcapitato davanti a me e, quando si accendono i motori, inizio a stringere forte. Cerco di pensare alle classiche cose rassicuranti, tipo “è più facile che io muoia di tumore ai polmoni che su un aereo” oppure, “in automobile ci sono più probabilità di un incidente, soprattutto considerando la mia guida”, ma nulla di tutto ciò mi rilassa abbastanza, così provo il metodo Mantra. Il metodo Mantra, inventato dalla splendida Gigio durante il faticosissimo Interrail, consiste nel ripetersi una parola chiave, portatrice di positivi pensieri, durante i momenti peggiori e di atroci sofferenze. Per intenderci, durante una lunga scarpinata di quindici chilometri con uno zaino di trenta chili sulle spalle, mentre io soffrivo per la fatica e ero quasi in lacrime, Eleonora ripeteva ossessivamente la parola “Culo, Culo, Culo,…”, pensando ai benefici di sodezza che il suo fondoschiena avrebbe tratto dalla drammatica passeggiata. Trovo il mio Mantra, femminile quanto basta, e inizio a ripeterlo. “Shopping, Shopping, Shopping,…” Non riesco a calmarmi, ma almeno allento la presa sul poggiatesta, e inizio a fantasticare sulle mie pecunie, racimolate in mesi, e su come avrei potuto spenderle. Si sbarca a Stansted, la mia valigia arriva subito. Lasciamo l’aeroporto con un pulmino della Easy Jet da 7 Pound, e il mio cinico compagno di viaggio Andrea, scorda sulla panchina la guida della Lonley Planet prestataci da Gigio. Lo derido per tutta la durata del viaggio verso Londra. Ci procacciamo la Weekly Oyster Card, ovvero il costosissimo abbonamento settimanale per Londra per le zone 1 e 2 (23.20 Pound e qualche bestemmia, ma assolutamente il modo più pratico ed economico di girare per Londra, vista la capillare rete della metropolitana) e ci dirigiamo verso la allocazione da noi prescelta, il Forest Gate Hotel. Per raggiungerlo si scende a Liverpool Street e si prende un trenino della National Rail. Scendiamo alla fermata di Forest Gate e rimaniamo immobili e sconcertati per qualche secondo. Più che a Londra sembra di stare ad Istambul. Sulla piccola piazzetta staziona tutto il giorno un gruppo di omaccioni pseudo rapper di colore, tassisti di una compagnia di cab, che cerca di rimorchiare ogni essere dotato di vagina che passa li con scuse ridicole. I negozietti sono gestiti da Sikh, Indiani e Arabi che guardano storto chiunque non sia Sikh, Indiano o Arabo. Il negozio che sicuramente conquista il mio cuore è lo splendido Pound Plaza, l’equivalente dei svariati “Tutto a un euro” che abbiamo qui in Italia, dove acquistiamo da un commerciante arabo della Coca Cola prodotta in Polonia, di cui orgogliosamente conservo l’etichetta che al più presto incornicerò. Arriviamo, dopo due chilometri di trascinamento trolley, al Forest Gate Hotel. L’alberghetto, quasi un bed and brakfast (dove viene servita la classica colazione inglese, che ovviamente rifiuto, facendo incazzare l’hooligan del West Eam che la serve: Salsicce, bacon, uova fritte, funghi e fagioli. Andrea, invece, la prova una volta e poi non mangia per due giorni…), è sopra un pub, l’unico della zona, fortunatamente non rumoroso. La stanza è piccola ma pulita. C’è un frigorifero, un ventilatore, utilissimi, un microonde, una stufetta e un bollitore e elettrico che invece abbiamo ignorato. Il bagno, in comune, è pulito quotidianamente in modo impeccabile alle 10 della mattina. Il Forest Gate Hotel è frequentato per lo più da coppie di mezza età tranquille e silenziose, è ottimo per chi vuole trascorrere una tranquilla vacanza, ma sicuramente l’handicap principale è nella sua posizione lontana dal centro e dalla fermata di un qualunque mezzo pubblico. Trascorriamo i primi due giorni a girare all’impazzata, finche, il terzo giorno, non collasso davanti alla colonna di Nelson a Trafalgar Square, afflitta da un lancinante mal di testa, curato con del sacrosanto Paracetamolo (dosaggio mille), fornitomi preventivamente dal mio medico personale, il Dott. Emiliano. Decidiamo di allentare la presa, infondo abbiamo tutto il tempo necessario per vedere Londra. Così ci iniziamo a dedicare a cose rilassanti, come il quotidiano Pic Nic negli splendidi parchi, la cui pulizia mi ha messo parecchia soggezione e ho finito per buttare tutte le cicche di sigaretta nella spazzatura e non per terra come farei normalmente al laghetto dell’eur, (li abbiamo visti tutti, e, il più delizioso, a mio avviso, è Holland Park, con il suo giardinetto Giapponese) e visitiamo parecchi musei, per la mia gioia. Lo sputtanatissimo British Museum, con le sue noioserrime anticaglie quali la stele di Rosetta e le mummie (dico io, sticazzi!), ma anche una meravigliosa ala dedicata all’oriente. La Tate Britain, con le stancanti opere degli artisti inglesi e le splendide tele di Turner. La Tate Modern, in assoluto il museo più bello che abbia mai visto in vita mia, dove ammiro estasiata delle opere di artisti che amo: da Duchamp, Man Ray, Picasso, Wharol, Monet (davanti al quale mi commuovo, lo ammetto, mi scende qualche lacrima di sublime meraviglia guardando le ninfee), Mirò, Van Gogh, oltre alla bellissima mostra temporanea sulle città e al bellissimo shop dove acquisto un libro sul Gothic Lolita giapponese, un bracciale e un regalino per Maru. La National Gallery, il simbolo del saccheggio britannico delle opere Italiane, dove ammiro le opere di Da Vinci che più mi piacciono, parecchi Caravaggio che avevo studiato sull’Argan per l’esame di storia dell’arte del secondo anno, e la meravigliosa ala dedicata alle opere dal 1700 al 1900 dove staziono largamente, estasiata dai Renoir, dai paesaggisti inglesi e dagli stramenzionati, ma sicuramente molto gradevoli, girasoli di Van Gogh. Visito lo shop e mi compro uno splendido borsellino a forma di tigre. Il Victoria&Albert, il museo delle arti decorative, con la splendida sezione dedicata alla moda, che spazia dai modelli di Worth e Poiret, per giungere agli splendidi abiti della Westwood, la sezione dedicata all’arte araba, molto bella, e un negozio da capogiro, soprattutto per i prezzi, con degli splendidi gioielli ispirati ai decori dei vari paesi del mondo. Cerco di soddisfare la mia necessità insaziabile di Shopping, compro l’ultimo cd dei Bouncing Souls al HVM di Piccadilly Circus, degli orecchini con gli smile, le chiavi di violino e una borsa con stampati i tasti del pianoforte da Claire’s, un aquilone arcobaleno (che cerco, invano, di far volare a Hyde Park) e due splendidi Porta-Tamagotchi (uno per me e uno per Emiliano) da Hamley’s, La rivista delle Ganguro, Egg, al Japan Center, la splendida maglietta di Working Class Hero dei Green Day dell’Hard Rock Café (grazie a Sara per il consiglio!) che ho regalato a mio fratello e che gli fregherò di tanto in tanto, una borraccia con dei mostriciattoli, uno splendido maglioncino grigio stile impero da 38 pound, ma che li vale tutti, un presente per Maru e uno per Emiliano, del tea al Mango, del tea solubile al gusto di rum Malibù (il mio alcolico preferito)e ananas e un set sale e pepe a forma di Terrier a Covent Garden, una maglietta e una spilletta con dei funghetti di Super Mario (in realtà credo che ci sia dietro un palese riferimento ai funghetti allucinogeni, non sono semplici gadget Nerd), un posacenere a forma di fungo, dei calzini per Eleonora con dei Panda, una borsa con stampata la ricetta per i biscotti, degli orecchini a forma di note musicali, una collana con una tessera del domino a Camden Town, dove, tra le altre cose, faccio un volo lungo una scalinata che non avevo assolutamente visto, attratta dalle sfavillanti paia di Converse All Stars, alle quali mi aggrappo per cercare di sopravvivere, ma, che, invece di salvarmi mi sommergono, causando svariate prese per il culo a mio discapito da parte di un divertito Andrea. Per le cibarie si potrebbe aprire un infinito paragrafo. Principalmente abbiamo pasteggiato con i meravigliosi pasti pronti di Marks and Spencer, di cui ne consiglio il consumo a tutti coloro che vogliono risparmiare. Ottima l’insalata di Rughetta (Rucola per i non romani) con crostini al pepe, olio e aceto balsamico e parmigiano certificato dal ministero delle politiche agricole italiano (e non il tarocco Parmesan Cheese), gustosa la pasta al pesto con spinaci freschi e pomodori pachino, sublime l’hummus con crostini al rosmarino, più che soddisfacente la selezione di tramezzini, panini e rolli simil piadina. Di tanto in tanto ci siamo concessi qualche fast food, che ovviamente sconsiglio in quanto il regno del fritto è peggio di quello di satana. Perciò, mi spiace per gli affezionati clienti Mc Donald come il caro Francesco, ma scegliere di mangiare patatine o anelli di cipolla fritti è una cosa che consiglierei solo al mio peggior nemico. Se proprio non si può fare a meno di cibo rapido, meglio scegliere uno dei numerosi Pret-a-Manger, dove ho mangiato del buon Sushi vegetariano (contraddizione in termini) e dei gustosi sandwich con dell’ottimo pane scuro. Una splendida alternativa, un po’ costosa, ma che di certo delizia i palati dei più golosi è lo splendido gelataio Häagen-Dazs, situato nei pressi di Piccadilly Circus, poco dopo il Trocadero, dove con una non irrisoria cifra di quasi 5 pound si può godere di una ciotolona dell’abbondante, delizioso e più cremoso gelato mai visto, con gusti sugnosi come Brownies, Cookies and Cream, Caramel e qualunque porcata pseuo-anglosassone vi venga in mente, con tanto di salsette al cioccolato belga e codette variopinte. Immancabile la Donut simsoniana, grassa quanto Giuliano Ferrara, ma che è il mio cibo spazzatura prediletto. Dal lato ristoranti, da bravi italiani, abbiamo visitato la decente catena, ben lontana dalle nostrane ed eccelse pizzerie, Pizza Express, costretti dalla pioggia a cercarci un riparo vicino, ottimo per chi sente la nostalgia di casa, ma niente di eccezionale. Sicuramente più gustosi sono i ristoranti indiani, la cui cucina speziata è tra le mie favorite. Ottimo il rapporto qualità-prezzo di Kahn’s nei pressi di Bayswater, anche se ne consiglio una preventiva prenotazione, onde evitare di trovarsi nella sala per chi non prenota, dove è facile imbattersi, come e successo a noi, particolarmente insofferenti, in chiassose famigliole con lattanti che lanciano cibo e bambocci che giocano con le PSP a tutto volume (viva il Nintendo DS). Sconsigliate, in generale, sono le catene con nomi italiani, credo gli inglesi ci vedano come dei guru della cucina e dare ad un locale un nome italianeggiante per loro è il modo più semplice di attrarre clientela vendendo merda, soprattutto le catene che si spacciano per detentrici della miscela di caffè italiano, quali Costa o Starbucks, ecco, per la vostra permanenza londinese scordatevi di bere caffè, o, fate come me e ordinate lo schifoso e liquamoso Espresso Ristretto, la cosa più simile alla nostra tazzina di caffè, ovviamente servito in un indegno bicchieraccio ci carta, e storcete il naso imprecando. Ovviamente, trattandosi di un paese civile, ogni cibo compatibile con una dieta vegetariana viene contrassegnato con un simpatico simboletto a forma di V che mi ha evitato di dover spulciare la lista degli ingredienti. Chiuso il paragrafo doveroso, visto il mio adipe sul cibo, torno alle accomodation. L’ultima notte l’abbiamo trascorsa, causa non disponibilità stanze nel beneamato Forest Gate Hotel, all’Astor Leinster Inn, a Leinster Square, vicinissimo alla metropolitana di Bayswater. Il quartiere, sicuramente più carino e meno terrorizzante di Forest Gate, pieno di ogni confort, dagli internet café ai pub (ovviamente ho sorseggiato della Guinness in un Pub gradevole, anche se forse è una cosa più da Dublino che da Londra), i vicini Kensington Gardens, un centro commerciale con un negozio della catena Marks & Spencer. L’Astor Leinster Inn, invece, non ha soddisfatto le nostre aspettative. Sebbene fornito di ogni confort, dalle lava-asciugatrici, al Pub e l’internet café interni, l’ostello era a dir poco scadente. Nei corridoi, dei sinistri decori simil indiani (d’America, non d’India), la stanza con le pareti di un angosciante colore tra l’arancio e il salmone, un letto a castello con le assi completamente divelte (abbiamo tirato giù il materasso dal letto superiore onde evitare la morte) e senza scaletta per salirvi, le docce comuni che puzzavano più di una latrina, e, la cosa più splendida, un preservativo che mi ha dato il buon giorno galleggiando nella tazza del cesso comune. Sperma di prima mattina, non fa per me, ma credo che forse qualche backpacker zingaresco in cerca di brevi flirt si sarebbe trovato bene, visto il continuo chiacchiericcio notturno e l’evidente sesso occasionale galleggiante tra l’urina. Il volo di ritorno è passato, dopo lunga attesa molto poco anglosassone, in modo tranquillo, ho stritolato per due ore una bottiglietta di coca cola vuota (non polacca) fino a ridurla in poltiglia, per poi calmarmi alla vista del Cupolone e della mia amata città. In generale do dei piccoli consigli a chi volesse visitare Londra. Lo Shopping và fatto per il semplice fatto che non c’è nulla di più soddisfacente del rispondere “oh, l’ho comprato a Londra”. La lingua và conosciuta perché, anche se il mio inglese è indubbiamente ottimo (lo dico gonfiando il petto), a volte i sudditi di sua maestà sono abbastanza veloci nel parlare e di conseguenza incomprensibili all’italiano medio. Di soldi ne servono un po’ perché Londra è costosetta. In generale, consiglio Londra a chi reputa, come me, che l’unica vacanza possibile sia in un luogo culturalmente stimolante e vitale, per chi ama le metropoli e l’urbanizzazione, per chi ha paura di perdersi e per chi vuole perdersi, per i primi è impossibile, per i secondi una vera sfida. Porca puttana, sono sopravvissuta…. E sono roscia! 8月12日 Cartolina Virtuale...Mood: :D
Dalla finestra dell-internet cafe vedo il traffico di baker street...
Londra e' bella e almeno al volo di andata sono sopravvissuta...
Giovedi si torna...
Ho fatto un volo per le scale a camden town e sono rimasta seppellita da un cumuolo di convers, con lividi ma contenta.
un bacio da questa citta' splendida
Silvia
Ps
Sono Roscia 8月8日 London Calling...Mood: Agitato-Catastrofista Dopo aver passato le ultime due settimane a contorcere il mio intestino dall'ansia e dal male, eccomi infine a salutarvi. Alle 10:10 parto, la meta in teoria dovrebbe essere Londra, e spero lo sia, ma il mio essere impunemente agitata e decisamente pessimista, mi fà considerare che probabilmente la meta alternativa sarà la morte. La verità è che non c'è nulla che temo quanto gli aerei, ho lo stomaco che ribolle e ho passato la serata a delizare Emi, Maru, Gigio e Vinx con i miei rutti d'antologia, ma ormai mi stò rassegnando, spero almeno di finire nel fondo dell'atlantico, odierei vedere (non credo sia possibile vedere da morti) i rimasugli di me sparpagliati in francia. Il ritorno (eh, già, sono due i voli a cui devo sopravvivere) è previsto per il 16 alle 21:40, ovviamente spero che le tante e riconoscenti persone che per anni ho accompagnato ovunque si mettano a litigare tra loro per il venirmi a recuperare a Ciampino... In ogni caso, ho fatto una sorta di testamento di cui Emiliano è il detentore morale. Dio mio, credo vomiterò a breve... Comuque, se sopravvivo, avro il mio bel dafare con tutti i miei soldi sotto forma di sterline, e spero di adoperare la funzione estremamente intelligente di estensione della borsa prestatami dalla mia amata zietta Evelina, per trasportare la paccottiglia che tanto amo. Amo la Gran Bretagna, la terra dei miei antenati, dove è facile reperire Donuts e Ceddar, dove il Punk è nato, dove Jane Austen tesseva i suoi intrecci e altrettanto odio il fatto che per raggiungerla sia più pratico chiudersi per due ore e mezza in una scatola di metallo che fluttua (che un ingegnere mi spieghi immantinente come ciò è possibile). Spero di ripostare presto e soprattutto scusatemi tutti, non ho avuto tempo questi giorni di farmi i soliti giretti sui vostri blog... Dio salvi prima me, e poi forse la regina... |
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