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7月23日

Storto Aggiornamento...

Mood: Voglio un fottuto condizionatore

Si, se ve lo state chiedendo, sono viva.
Questo post è breve, insolito, soprattutto per chi mi conosce più del 10%, vista la mia notoria voglia di chiacchiera.
Seguo l'esempio di Emiliano, che decise di non vedere più la tv finchè non avrebbero trasmesso gli episodi di Prison Break (come se questo importasse ai responsabili del palinsesto mediaset).
La mia protesta è seplice: finchè non riuscirò a sopportare il fottuto caldo non posterò, anche perchè la mia mente a queste temperature non riesce a concepire pensieri intelligenti, o tanto stupidi da causare ilarità.
Dio, Allah, Budda, o chi per te, abbassa la temperatura, o, più semplicemente, esseri umani, smettetela di riscaldare questo pianeta (mi sento molto Al Gore, probabilmente i miei figli verranno arrestati per possesso di droga,... Oh! ecco un pensiero ad alta temperatura che è fuoriuscito)!
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Le previsioni dicono che le temperature si abbasseranno di quattro gradi durante questa settimana, magari fra un paio di giorni il mio cervello sarà operativo e potrò recensire Mario Party 8 oppure il mio nuovo bellissimo cellulare (la foto allegata è opera della fantastica fotocamera a tre megapixel del mio nuovo giocattolino tecnologico)....
Sono fusa, questo caldo è illegale. continuo a fissare il televisore, c'è un documentario sugli Esquimesi e a solo vederli imbacuccati mi sento male...
Ci sentiamo in settimana.
Evviva la coerenza!
7月8日

Sonno Perso...

Ascolto: The Clash – Revolution Rock
Mood: mh, domenicale, direi

Allora, Per continuare l’opera di autodistruzione su me stessa e ridurre a quasi due le ore di sonno per notte, che c’e’ di meglio se non un altro concerto?
Così, giovedì sera, Villa Ada.
Per i non romani, Villa Ada è uno dei parchi più grandi della città, con tanto di laghetti grazioserrimi, che in estate viene preso d’assedio dalla gioventù sinistroide capitolina, che, canne alla mano (io ho visto una tizia con tanto di pianta di marijuana aggirarsi per l’area del concerto) assiste al festival che vi viene organizzato, aimè, quasi principalmente, a tema Reggae(bleah).
Giovedì in programma c’erano Giuliano Palma & The Bluebeaters, quindi non potevo perdermeli, e, sebbene l’ambiente qualunquista – cannarolo - che c’hai due euri messi male? della serata, decido di andare con Maru nella suddetta bolgia infernale.
Appena arriviamo, dopo circa duecento ore di fila e un posteggio auto decisamente a fanculo, il concerto è appena iniziato e rimango stordita per circa tre secondi, poi dico “Cazzo quanta gente!”. La gente è parecchia, più di quanta ne aspettavo, ma d’altra parte sono stata idiota io a non figurarmi tale pipinara: facilità estrema di reperire stupefacenti o alcolici, concerto all’aperto in estate, un gruppo che, bene o male, produce musica estremamente orecchiabile anche per chi non li segue, e, soprattutto, il post concerto con una delle migliori discoteche rock che abbia sentito negli ultimi anni.
Ci mettiamo in un angoletto abbastanza vicino al palco e ci lasciamo trascinare dai ritmi.
Giuliano Palma & The Bluebeaters sono un gruppo che apprezzo parecchio. Cover band, formata attorno all’ex cantante, senza capelli ma con una bella voce, dei Casinò Royale, Giuliano Palma appunto, e composta da elementi dalle varie ed eccellenti provenienze (Casinò Royale, Africa Unite,…). Hanno scelto,saggiamente, la missione di riportare in auge vecchi classici, colorandoli con delle tonalità provenienti dalle più disparate influenze: Ska, Rocksteady, Reggae (si, lo so, meno di 20 righe fa ho scritto bleah, ma quello che en esce incontra il mio gusto) e Blues.
Il risultato è un gradevole mix, ballabile, piacevole all’ascolto e di estremamente rapida presa.
Il concerto scorre rapido, forse troppo, tra pezzi vecchi e nuovi.
Maru, che ne conosce poche canzoni, balla divertita e non fa che esaltare la bravura tecnica della numerosissima band, io litigo con una tizia idiota che voleva più spazio (bella mia, stattene a casa, siamo ad un concerto, non ad un funerale), saltello causando sconvolgimenti ambientali in Nuova Zelanda, fregandomene di tutto e di tutti.
Ci godiamo il concerto, ci compriamo la spilletta di rito, supplico Maru di portarmi via perché è già l’una e qualcosa e io mi devo svegliare per lavorare, ma i Rancid sono un più che allettante invito a rimanere a ballare, infine ce ne torniamo a casa tra mille peripezie (tra cui la nostalgica e casuale visione della vecchia casa di mia nonna), attraversiamo la nostra splendida metropoli e alle due sono nel mio letto, ad imprecare per la solita alzataccia mattutina.
Sia lodata la musica e maledetta ogni forma di lavoro.

7月4日

Grazia Stridente...

Ascolto: America’s Sweetheart di Courtney Love (si, lo sto ascoltando, davvero!)
Mood: Sonno

Dopo aver passato la mattinata di ieri a sonnecchiare sulle copie del corriere della sera, tra una sigaretta e l’altra e qualche vecchietta rimbambita che mi chiede se ha già comperato la settimana enigmistica, la sera mi sono trovata al culmine della stanchezza umana, viste le mie giornate di perpetuo vagare stressanti oltremodo.
Devo dire che, però, lo stato in cui mi trovo in questi giorni, vegetativo e comatoso, si può accettare, e, anche tollerare, se è stato provocato da una sequela di belle serate.
L’altro ieri sera ha aperto il Roma Rock Festival, che, aimè, di Rock ha ben poco visto che sono in programma “artisti” come i Finley e Avril Lavigne con tanto di lattanti urlanti che si credono alternativi (scusate, sono tornata diciassettenne per tre secondi).
L’apertura di tale indecente festival, almeno, è stata affidata ad una delle band che seguo da più tempo, i Placebo, e, perciò ho aperto il mio portafoglio, tirato fuori sti 28 euro e mi sono approntata all’ascolto.
Come ricorderete dal mio post sul concerto dei Muse, io ho una regola in proposito sull’abbigliamento da concerto che seguo scrupolosamente: comodità prima di tutto.
Concerto estivo e all’aperto, perciò niente felpe e ingombri inutili, coda ai capelli per evitare di sudare come un porco, una piccolissima borsetta legata in vita contenente le sigarette e l’accendino e le mie affidabili e sgangherate scarpe da ginnastica, l’essenziale per godersela.
Arriviamo giusto in tempo, sul finire del concerto del gruppo spalla, di cui ignoro il nome ma che forse non erano poi così male, ci appostiamo e attendiamo.
In meno di una mezz’ora il palco è pronto ed ecco arrivare i Placebo. Per primo appare sul palco il batterista, Steve, che, giustamente, scompare dietro alla batteria (grazie a dio, rovina l’estetica del gruppo, a mio avviso), poi fa capolino Stefan, il bassista, alto e magrissimo, che sembra un ragno con i capelli ossigenati ma ha comunque un non so che di gradevole, e, infine, eccolo, Brian Molko.
Brian Molko è un personaggio a dir poco meraviglioso, carismatico, con una carica erotica spaventosa, ambiguo quel che basta, aggraziato e felino, microscopico, tascabile direi, con un look sicuramente fascinoso (anche grazie ad un palese e miracoloso trapianto di capelli, visto che fino ad un paio di anni fa aveva due peli in testa).
Il concerto inizia, e mi lascio trascinare.
I Placebo li avevo già visti dal vivo anni addietro e, più di una volta, sorprendo me stessa a bocca aperta in preda alla meraviglia di aver carpito la trasformazione musicale. I suoni si sono sgrezzati, levigati, addolciti. L’impresa più difficile è distogliere gli occhi dal palco. Tre maxischermi trasmettono immagini di donne indiane, corpi androgeni, luna park, scale mobili, mentre la musica cresce e Brian Molko, seducente, con la sua voce piacevolmente cigolante, ci canta storie che ho già sentito molte volte. È impressionante il suo magnetismo incastonato splendidamente nel corpo minuto, sotto una camicetta nera con dei ghirigori e dei pantaloni strettissimi, contraddittorio nell’essere e nell’apparire e, proprio per questo, capace di creare suggestione in me.
Distolgo pochissimo lo sguardo dal palco, ma quando lo faccio trovo un Emiliano in estasi, li segue da anni, Fra che grida le canzoni memorizzate grazie al classico ripasso pre-concerto (che forse sarebbe stato meglio facessi anche io, visto che di tanto in tanto ho inventato qualche mugugno anglofono) e Eleonora che commenta quella specie di alieno che suona con energia, mi dice che vorrebbe tenerlo nel taschino.
Di tanto in tanto, sulle canzoni più calme, mi accendo una sigaretta e la fumo con calma, per avere l’energia necessaria al resistere alla folla imbizzarrita delle prime file.
Mentre suona Without you I’m nothing ho i brividi, ricordo gli anni dell’adolescenza, l’amicizia con l’isterico, di cd copiati, il primo concerto dei Placebo visto con Emi in prima fila, le sue leggendarie urla, e mi concentro sulle liriche struggenti, mi immedesimo e sto bene e male allo stesso tempo.
Su Special K provo una carica unica, ci disperdiamo tutti, per poi ritrovarci assieme, sebbene la foga di un gruppo di napoletani confinanti che al grido di “Guajò, famu nu’burdell’” iniziano un pogo violento, cretino e inutile.
Prego per canzoni meravigliose, che conosco meglio, dei vecchi album, ma solo I Know esce fuori. Mi accontento, ripromettendomi di ascoltare meglio Meds, il penultimo album, che forse ho un po’ tralasciato dopo un paio di ascolti frettolosi e Covers, un cd di cover uscito a marzo di cui ignoravo l’esistenza.
Dopo il concerto, Emiliano, ha regalato a ciascuno di noi una delle spillette a bottone (che tanto amo) acquistate al banchetto del merchandising (sempre troppo caro), visto che lo abbiamo trascinato al concerto e ci siamo goduti, dopo immemore tempo (cazziatone via web per Emi!), una stupenda serata assieme.
Decisamente una buona scusa per essere ricoperta di lividi, bere litrate di caffè, avere le occhiaia fino ai piedi e sonnecchiare su pile di quotidiani…