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31 May Fumo: una benson Mood: mal di testa
Eccomi qui a scrivere per voi. Oggi, invece di cominciare con il solito “oh mio dio non so
cosa scrivere” degno di un non morto, vi dico che ho un bel po’ di cose da
raccontare. In primo luogo due fondamentali informazioni di servizio. Allora, sono stata nel luogo più incivile che abbia mai
trovato in vita mia e, queste mie parole, pregne di odio nei confronti di chi
non ha rispetto di me e di chi come me fuma (ho usato troppe volte le parole
mia e me, credo di essere un goccino egocentrica), arrivano a voi come un
monito. Boicottate il centro commerciale Roma Est di Lunghezza,
perché, oltre ad avere la pretesa di aprire un centro commerciale in mezzo,
letteralmente, al nulla (l’hanno chiamato Roma Est per dare l’illusione di
essere in un luogo civilizzato, ma in realtà, a parte un paio di battone
esteuropee, non ho visto nulla attorno a questa cattedrale nel deserto del
commercio). Perché incito i miei lettori al boicottaggio? Per il
semplice motivo che nel centro commerciale più grande del mondo, o dell’Europa,
o dell’Italia, o di Roma, non ricordo, visto che ogni due mesi me ne aprono uno
nella mia povera città autodefinendolo tale ma che tanto viene immediatamente
surclassato da un altro, un altro e un altro all’infinito, comunque, nello
strafottutissimo centro commerciale sterminato, non c’è un tabaccaio. Ora, io capisco che il fumo fa male, e di certo non fumo nei
luoghi chiusi se non a casa mia, e di certo se c’è qualcuno a cui da’ fastidio
proprio non fumo, ma tu non puoi levarmi il mio sacrosantissimo diritto di
causarmi da sola un tumore ai miei strafottutissimi polmoni (si nota che
attendo spasmodicamente il film di Tarantino dal mio eloquio?) . Quindi niente
sigarette durante lo shopping, il che equivale ad un isteria intrinseca. Pazienza, tanto mi è bastata la vista di alcune enormi, e di
pessimo gusto, statue di dinosauri, davanti alle quali i pargoli dovrebbero
farsi fotografare gratuitamente (tra cui un triceratopo le cui interiora, lo
giuro su Rebecca, il mio amatissimo cane deceduto, giuramento che equivale a Dio
per un cattolico, vengono maciullate da un tirannosauro che lascia un
mucchietto di intestini crassi e tenui a terra a far bella mostra) e dal
trenino su cui i papà e i bambini possono viaggiare mentre le madri riducono
sul lastrico l’economia famigliare. Niente, il nobilissimo mestiere della baby
sitter in Italia è una cosa non compresa, perciò mi devo ritrovare, senza
sigarette, e, per di più, circondata da ragazzini che sbavano, urlano,
sbraitano e trascinano i genitori nei negozi che vendono videogiochi, cercando
di convincere questi ultimi a comperargli la odiosissima e inutile Playstation
tre. Evviva la Wii, che è compresa solo dagli adulti, percui,
davanti al mio scaffale, al massimo posso trovare un nerd retrogamer con la
maglietta di pacman. In ogni caso, a parte il mio sproloquio contro tutto e
tutti, ieri me ne sono andata bel bella in uno dei miei negozi di videogiochi
favoriti e ho acquistato il meraviglioso gioco per la Wii, prodotto dalla
Konami per la Nintendo, Eledees (che, non ho capito perché, in Giappone e in
America si chiama Elebits). Di cosa si tratta è presto detto. Il protagonista è Kai, un bambino di dieci anni, e si
ritrova nel mezzo al solito putiferio. Un enorme blackout causato da un tuono
(non succedono solo in Italia queste cose, a quanto pare), colpisce la sua
città e gli Eledees, graziosi pupazzetti giappomorfi, che nel suo mondo sono
coloro che portano l’energia elettrica, impazziscono e iniziano a vagare per la
sua casa. Kai allora decide (rimasto solo in casa, perché i genitori sono stati
chiamati alla centrale dove lavorano come scienziati che studiano questi
esserini) di prendere la Capture Gun e darsi da fare. Cos’è la Capture Gun?
Come il nome suggerisce è una pistola che serve per catturare queste bestioline
strillanti e riattivare i vari congegni elettrici della casa. Gli Eledees si
annidiano in ogni pertugio, si nascondono sotto gli oggetti, e trovarne un
quantitativo necessario per sbloccare le opzioni diventa sempre più complesso.
Kai così, esplora tutta la casa in cerca degli Eledeeds, spostando con la
pistola gli oggetti, aprendo rubinetti, spaccando piatti, attivando lavatrici
(cosa complicatissima, bisogna mettere i panni sporchi dentro al vano, chiudere
e attivare, io c’ho messo un ora). Le azioni sono molto realistiche, il WiiMote
(il controller a telecomando della wii) e il Nunchuk (il controller dei
movimenti) rispondono perfettamente ai miei movimenti, così tanto da avere
vinto un non so quale importantissimo premio come miglior interazione tra gioco
e controller. La grafica è sublime, sublime nel senso Nintendo, ovvero
pupazzetti semplicemente gradevoli, fondali essenziali, cose che a un giocatore
della Sony abituato all’ombreggiatura e alle megatexture de sto cavolo fanno
cagare, ma che io ritengo esteticamente perfette per il mio ideale di gioco. Eledees non è quel genere di gioco che si può definire,
detiene in se elementi tipici dei puzzle game, delle avventure grafiche e degli
sparatutto, ma forse, proprio per questo, risulta divertente e soprattutto
molto intuitivo. Ottimo primo titolo di Konami per Wii, che continuerà la sua
collaborazione con la Nintendo producendo una meravigliosa avventura grafica
mista al platfom, la storia di una gocciolina d’acqua, Dewy, che vaga in un
mondo fatto di cambiamenti climatici che la faranno gelare e evaporare. Eledees è consigliato a chi ama la semplicità, le pistole
laser, gli enigmi intuitivi e i pupazzetti colorati saltellanti che
squittiscono come topini e, di certo, più che di sparargli, fanno venire voglia
di sbaciucchiarli e coccolarli. Ok, finito il mio solito pompino alla Nintendo, torno
all’inizio del post, quando vi avevo parlato di due informazioni di servizio
(scommetto vi eravate addormentati). È stato appena aperto, dalla sottoscritta, un forum,
ispirata dagli eventi del post precedente a questo, riguardo al Karaoke
Crashing. Se cliccate qui scoprirete di cosa si tratta, l’idea è in fase di
elaborazione, gli eventi stanno per essere postati e la partecipazione, a
quanto ne so, sarà abbastanza buona. Se siete interessati al vedere fenomeni da
baraccone all’opera e a rendervi parte di un movimento filosofico (mh… mi sto
allargando) appena nato ma che, sicuramente (mi autoconvinco), diventerà un
fenomeno (e potrete dire a tutti “io c’ero”), dovete semplicemente iscrivervi e
presentarvi. Buona notte a tutti, io torno a Eledees che mi sono
bloccata all’ottavo livello. |  |
24 May Fumo: Una bensonuccia blu Mood: Pomeridiano
Ieri sera, finalmente, dopo tempo immemore, sono riuscita a rivedere i miei migliori amici. Sarà il periodo di transizione angosciante, sarà che prima vivevo in simbiosi con loro, ma una serata tutti e quattro assieme deve essere avvenuta talmente tanto tempo fa che Maru aveva ancora dei cioccolatini a forma di ovetti di pasqua da darci come presente, ovviamente completamente squagliati dal caldo di Roma. Eleonora, o Gigio che dir si voglia, ha il suo lavoro al cinema e la tesi, Maru i suoi babysitting perpetui e la sua interminabile opera di pr mancata, Emiliano tra tirocinio, tesi e amore, ormai, è diventato un uccel di bosco e il mio lavoro in edicola, ogni sera, mi da’ una clamorosa botta in testa alle undici, e crollo come un pensionato davanti a qualche deprimente film sentimentale. Che vitaccia. In ogni caso, agende alla mano (il che fa molto business man di New York City), ci siamo segnati tutti l’imprendibile appuntamento: solo noi quattro, una seratina tutta per noi, per aggiornarci sugli svolgimenti delle nostre incasinate esistenze. Mi faccio una passeggiatina fino a casa di Maru, un paio di chilometri a piedi nella frescura serale, prendiamo la sua Micraru, la micra bordeau, e guido fino a palasport. Recuperiamo il maschione (te piacerebbe essere un maschione Emi, eh?) in uscita da tirocinio, cenetta al Mc Donald, dove ingurgito una putrida insalatina e poi riprendiamo la macchina e guido alla volta del Warner Village per andare a recuperare Eleonora che staccava dal lavoro. Ci ficchiamo nell’Ottagono, il pub di quartiere a buon mercato ma senza troppe pretese, che è vicino allo Stardust Village del Torrino, e li accade una cosa stupenda, in grado di far saltellare tutto il mio lardo e allo stesso tempo di far storcere il muso ai miei accompagnatori. Dal sotterraneo del pub si sente provenire, a volume altissimo, una base musicale in formato midi con una voce, quantomeno sgraziata, che ci canta sopra. C’è il Karaoke! Prima che mi insultate per tanta esaltazione, metto le mani avanti e vi spiego la mia filosofia di vita: tutto ciò che può rendere ridicola una persona facendo sbellicare dalle risa gli amici, per quanto mi riguarda, è il bene totale. Partendo da questo assunto potete capire molte cose di me, in primis perché come console preferisco la wii, che ti costringe a ridicoli e improbabili movimenti per superare i livelli della quasi totalità dei titoli disponibili. Il karaoke, esploso negli anni ’90, raggiunse molte case degli italiani sotto forma di una ridicola trasmissione tv condotta da Fiorello e dalla sua orrida coda di cavallo e dalla successiva commercializzazione del canta tu. A mio avviso, è una cosa così demodé che riesco ad accostarla solamente ai pantaloni a zampa di elefante. Ma, e c’è sempre un ma, vista la mia contraddittorietà proverbiale, il fatto che una cosa sia fuori moda, crea l’effetto nostalgia, quello stesso effetto che permette alle console degli anni del cucco della Atari di essere vendute a prezzi esorbitanti su e-bay, che ci fa venire voglia di comperare uno degli orsetti del cuore o giocare per una sera intera all’allegro chirurgo (ma anche a gola gola, geniale gioco anni ’80 in possesso del buon Dario), riabilitandola ai miei occhi. L’effetto nostalgia crea ancor più divertimento, perciò, vi do una lezione di stile, da gran donna quale sono (gonfio il petto per voi, come se mi servisse una scusa per farlo) sul modo migliore per vivere questa esperienza all’interno dell’inconscio collettivo, è opportuno comportarsi con autoironia. È inutile che una trentenne con qualche chiletto di troppo rievoca il canto dei take that con una voce atona, ma, a mio avviso, sarebbe spettacolare osservare un ragazzo che si atteggia con gesti tipici delle boy band degli anni ’90, magari cantando in falsetto e passandosi in continuazione una mano sul pacco, con fare fintamente sensuale e vagamente ironico. In ogni caso, saltellando dichiaro istantaneamente le mie intenzioni. Io vado, cavolo devo! Eleonora scuote la testa con disappunto, Maru ride immaginandomi, e Emiliano, con il suo tipico fare di sufficienza, bofonchia qualcosa del tipo “Sù, vatti a rendere ridicola”. Mi metto in fila. Prima di me, due ragazzi che si prendevano troppo sul serio, duettando sulle note di More Than Words. Non lo spirito da Silvia Karaoke version, cazzo! Canto, ridacchiando ogni tre parole, When I Come Around dei Green Day. Esecuzione decente, mi muovo fuori tempo, non era la canzone giusta, serviva qualcosa di più happy, non sono soddisfatta. Mi rimetto in fila, prenotandomi per Karma Chamaleon dei Culture Club (canzone dal tono molto basso, perfetta da canticchiare per la campana che sono, e sicuramente più allegra, coinvolgente) e mi scateno. Ballo come una pazza, cantando, finche non si materializza un tipo che mi canta sopra. E che cazzo, no, e il mio momento di ridicolaggine! Così attacco a fargli i controcori con uno stridente urletto che causa la risata degli astanti e, per darmi manforte, interviene, ballando, la buona Gigio, che mi dà quel apporto di divertimento in più per farmi comportare da pagliaccio. Mi esalto, faccio le facce buffe, scateno il delirio mentre, al bancone, vedo Maru e Emiliano ridersela. Dio mio, mai stata meglio, due piaceri in uno: soddisfare il mio ego spropositato e vedere quelle tre personcina, che amo e che mi mancavano come l’aria, godersi lo spettacolo. Poi succede l’impensabile. Il dj mi dichiara vincitrice della serata. Mi inchino, faccio la cogliona per altri cinque secondi e me ne torno a bere, soddisfatta. Quello che non mi aspettavo, però, non era il trionfare esaltata (era scontato) nella depressione dei nostalgici degli 883 e di Battisti, bensì un bel premio, un utilissimo buono per due persone per il vicino Stardust Village, il cinema della zona del Torrino. Esaltata dalla mia serata canterina, propongo, ai miei amici romani di riunirci tutti, magari badati con boa di piume, coroncine, bacchette e cappellini da principesse (potrei anche indossare Oxana per l’occasione), in una di queste tristerrime serate di karaoke e dar dimostrazione di quanto è divertente essere coglioni e non prendersi troppo sul serio. E lo è davvero! 19 May Bevo: Tea al limoneMood: Pacifico
Generalmente non ascolto musica. Cioè, precisiamo, la
ascolto, ma di sottofondo a qualcosa. Qualcosa che mi distrae, completamente,
come fare la resa in edicola, stare
davanti al pc, o leggere un libro. La musica è come se non esistesse, di tanto
in tanto ne canticchio qualche parola. Quando ero nel mio periodo di maggior fomento musicale,
ascoltavo qualsiasi cosa di punk esistesse, bastavano tre accordi e qualcuno
che urlava. Per fortuna si cresce, e si riesce ad apprezzare anche Raffaella
Carrà. Comunque, tornando alla mia adolescenza con i capelli rosa,
le underground bordeau prestate da Yasmin (la mia più cara amica d’infanzia,
che era sempre quella più stilosa di tutti) e i jeans stracciati, un evento
l’ho atteso, con estrema trepidazione. Il concerto dei Green Day. Lo aspettai dai quattordici ai diciassette anni, tre lunghi
e interminabili anni di ormoni impazziti ridicole scelte d’abbigliamento, e,
quando, finalmente, riuscii a vederli dal vivo ero un concentrato di gioia.
Decisamente, i Green Day, sono il gruppo con cui sono cresciuta, quelli a cui è
legata a doppia mandata la mia adolescenziale escalation. Come tutte le cose che si aspettano così tanto, finisce
sempre, tanta è la voglia di catturarne e godersene ogni singolo istante, che
si rimane con un pugno di sabbia in mano, e se ne mantiene uno sbiadito
ricordo, quasi evanescente (ma Gigio può ricordare benissimo la mia ridicola
corsa sulle ginocchia per arrivare in prima fila). Poi, dopo il concerto, accovacciata con gli amici su di un
marciapiedi fuori del Palaghiaccio di Marino, ridente località attaccata al
raccordo anulare, in attesa, da bravi diciassettenni, di essere recuperati dai
genitori, notiamo un ragazzo che ci si avvicina con un pacco di volantini. Mentre ce li allunga realizzo che è il cantante del gruppo
di supporto dei Green Day, i Bouncing Souls. Ovviamente, da brava fissata di musica punk, conoscevo i
Bouncing Souls, avevo due o tre mp3. E poi non sopporto quando ai concerti la gente, in
trepidante attesa dei frontliner, urla cori del tipo “Levate, levate, levate dar
cazzo”, così, quando hanno suonato la canzone che conoscevo, Hopeless Romantic,
mi sono messa ad urlare e saltellare stile scheggia impazzita. In un inglese non degno del mio essere una mezzosangue
scozzese, mi congratulo con lui per il bel concerto e gli chiedo un autografo.
Tiro fuori il mio quadernone (ero andata a Marino subito dopo la scuola) di
Card Captor Sakura e stacco una pagina. Lui, alto, con i capelli neri a
spazzola, sorridente, chinato verso di noi sul marciapiedi, caccia fuori dalla
sua tasca un pennarellone nero e, dopo avermi chiesto il mio nome, scrive,
Sylvia I, un enorme cuore che occupa la metà del foglio, Greg. Fotografia di
rito con la mia macchinetta usa e getta da concerto, mentre litigavo, tanto per
cambiare, al telefono, e un saluto. Strano a dirsi, ma conoscere una persona così carina e gentile
con dei mocciosi come noi, che distribuiva i volantini dei suoi dischi in modo
a dir poco umile, m’ha fatto venire voglia di comprare il suo cd ad Amsterdam,
in Interrail, mentre mi godevo la mia estate dopo il diploma. E c’è chi ricorda ancora, con un po’ di strazio, me e Gigio
canticchiare per tutta la Francia e l’Olanda… …and it seem so far away, seem so far away,… Remember
me now, cause things always change, five long years has gone… Non potevo non amarne lo stile musicale rapido e immediato, i
testi che per la maggior parte delle volte trattano di serate tra amici, le
grafiche delle copertine e dei booklet a dir poco cartoonose. Sono passati sei anni da quella serata, dal mio incontro
fugace con un semisconosciuto cantante di Asbury Park, la città di Bruce
Springsteen, nel New Jersey. Nel frattempo, da ragazzina grassoccia, sono diventata una
donna grassoccia (forse anche con qualche chiletto in più), ma posseggo tutti i
loro album e addirittura il dvd che hanno fatto uscire qualche anno fa per
celebrare il quindicennale della fondazione del gruppo. Quello di cui vi parlo, in questa mia recensione-nostalgia,
è l’ultimo sfornato, dal titolo The Gold Record, che qualche giorno fa ho
ascoltato per la prima volta, sebbene sia uscito già da circa un annetto. Ho deciso di sedermi e godermi la musica senza far nulla,
leggendo i testi e provando, gracchiando, a canticchiarli. Ed è strano. Perché quando si conosce un gruppo che si ama
da parecchio, almeno a me succede così, i nuovi album sono sempre deludenti. The Gold Record mi ha abbracciata, avvolta fino a togliermi
il fiato, ferita e curata. Sono facile all’esagerazione, ma io amo questi quattro ragazzi
che ormai uomini, visto che hanno superato i 35, ne apprezzo più d’ogni altra
cosa le liriche. Il disco si apre con The Gold Song, un inno all’amore e alla
speranza, energica, un ottimo inizio, per poi proseguire con So Jersey, che è
un ringraziamento intriso di malinconica nostalgia, alla musica per aver
salvato le loro vite. Le canzoni sono semplici, intime e viaggiano su binari
ben delineati, come Better Thing, forse la canzone che più m’ha colpito del
disco, la perfetta canzone da concerto, un dialogo con l’ascoltatore, pieno di
affetto e auguri per un domani migliore. Per ascoltare questo disco ed apprezzarlo credo servano
alcune cose, dei buoni amici a cui pensare e dirigere l’affetto che fuoriesce
dalle canzoni, la voglia di ascoltare un po’ di buona musica punk e parecchia
positività. Il buonumore mi ha pervaso negli ultimi giorni, e oggi ho
deciso di comporre il mio affetto verso questi musicisti in questo post,
postando anche la vecchia fotografia, che tengo come un cimelio, di me, i miei
amici, e l’inconsapevole cantante del mio futuro gruppo preferito,
provvidenzialmente scansionatami dalla Gigiona nazionale. E, spero, che
Emiliano mi perdonerà per non averlo tagliato dalla foto sebbene i suoi occhi
chiusi e il look adolescenziale, ma in finale quel giorno è stato importante
anche per altre cose. E quindi ti smerdo pubblicamente, ma ti dico anche,
soprattutto, che ti voglio bene, ricordandomi quante ne abbiamo passate. |  |
13 May Bevo:
Acqua effervescente naturale Mood:
Mal di testa
Dopo
aver passato gli ultimi giorni a gioire del mio intrinseco consumismo,
indossando gli splendidi orecchini di Super Mario acquistati su e-bay e
celermente arrivati da Hong Kong, comprando una caterva di mutandine graziose
da Oysho, un bel ventaglio rosso, degli elastici per i capelli carini, qualche
libro, approfittando dell’offerta di Feltrinelli del trenta per cento di
sconto, rieccomi. In edicola procede tutto
bene, bambini urlanti a parte. Ieri mi sono sorbettata una
scenetta comica d’antologia, nonna che inseguiva nipotino di pochi anni che
strillava con in mano la merce che la nonna
non voleva comprargli. I bambini, inizio ad odiarli,
soprattutto quelli viziati. Qualche giorno fa mi trovavo
in quel del Dominio, la scalinata della chiesa di San Pietro e Paolo all’Eur, ribattezzata così da
Emiliano in quanto da li si domina tutta la zona che vede quotidianamente
svolgere le nostre misere esistenze, a chiacchierare delle varie e eventuali sventure
ultimamente abbattutesi sulle nostre carocce, con il suddetto ribattezzatore di
luoghi. Nel cazzeggio spicciolo, con tanto di Smirnoff da sorseggiare (giusto
una goccia perché dei tre euro e cinquanta centesimi di alcolico, almeno due
euro e cinquanta di preziose gocce sono andate a finire sul tappetino della mia
Toyota Corolla) e qualche miliardo di sigarette da fumare, io e il mio compare
di sventura iniziamo uno sproloquio contro le Winx. Per chi non le conoscesse,
le Winx sono cinque fatine dai magici poteri che sono da qualche tempo
l’oggetto di ossessione delle giovani ragazzine. Scrivo questo mio post per chi
non le conosce (cosa che ritengo impossibile, visto il bombardamento mediatico pubblicità
del merchandising associato a tutte le ore del giorno e della notte sulla tv
pubblica e non), per le mamme filocattoliche, quelle che ieri affollavano
piazza san Giovanni per il grottesco e incredibilmente medioevale Family Day, che
si pongono domande del genere “se mia figlia guarda le Winx non è che diventa
lesbica?” (a cui consiglio l’iscrizione al moige, visto che l’unico rimedio
all’idiozia è incrementare questa con idiozie maggiori). No, care mamme, alle vostre
figlie potranno o meno piacere gli uomini, indipendentemente dalle magiche
fatine, ma di certo diventeranno delle decerebrate imbecilli a forza di guardare
quel cartone, che è oltremodo diseducativo. Perché penso questo? Perché
mi dedico a screditare un cartone animato? Un po per noia, un po
per vendetta contro chi screditava Sailor Moon quando io non vivevo per altro, un po perché in edicola sono circondata da ciondolini, gomme da masticare, giornaletti,
palloncini, carte da gioco e quant'altro delle Winx e stò iniziando a diventare come Robert De Niro in Taxi Driver, un po’ perché conosco
cartoni animati fatti con un criterio, e questo non lo è. Non sono una fanatica di
animazione e fumettistica non nipponica, ma se proprio dobbiamo parlare di roba
prodotta in Italia, ritengo che le W.I.T.C.H. siano un cartone migliore delle
Winx. Vi spiego i perché in alcuni
punti esaustivi. - Le Winx sono fatine, le W.I.T.C.H. sono
streghette, non so voi, ma trovo più gradevoli le streghe, ma questo è un
semplice parere personale opinabile
- Il nome Winx non significa assolutamente nulla,
mentre W.I.T.C.H. è un acronimo, ovvero una parola composta dalle iniziali
di altre parole, in questo caso delle iniziali dei nomi delle
protagoniste.
- Le Winx sono sei, le W.I.T.C.H. sono cinque.
Inutile ricordare ogni singolo cartone animato con i gruppetti ragazzine
guerriere come protagoniste, a partire da Sailor Moon, difficile è invece
trovare gruppetti di sei eroine, che iniziano a diventare troppe.
- Sia le Winx che le W.I.T.C.H. hanno tra loro
componenti di diverse etnie. Trovo grazioso il fatto che si inizia ad
abituare i bambini alla multietnicità del mondo, ma le Winx le trovo
eccessive. La metà dei componenti del gruppo di ragazzine è di etnie “non
bianche”. Lo trovo fastidioso, non perché sono razzista, ma per il
semplice fatto che è una palese ostentazione ridicola di cose che dovrebbero
essere date per assodate in una società che si auto proclama civile. Evidentemente
fa folklore.
- I nomi delle Winx sono tra loro incongruenti,
così come l’ambientazione. Le W.I.T.C.H., sebbene vivano in una città dal
nome inglese (scelta che ritengo banale vista la tendenza anglofila ridicola
che regna in Italia), almeno, a loro volta hanno nomi inglesi. Le Winx
vivono nella dimensione magica Magix e si chiamano Bloom (che vuol dire
fiore in inglese), Stella (la bionda, nome italiano), Musa (quella
orientaleggiante, ma con un nome italianissimo), Tecna (che pare un nome di una
lavatrice), Flora (fatina latinoamericana, che tra l’altro si confonde con
Bloom, visto che, in sostanza, sempre di fiori si parla) e Aisha (che si
aggiunge successivamente, si vede che si erano dimenticati la fatina di
colore).
- I poteri delle W.I.T.C.H., come in ogni cartone
animato di maghette che si rispetti, sono quelli elementali (acqua, aria,
fuoco e terra, e la protagonista, Will, possiede un magico ciondolo il cui
potere è quello di catalizzare i poteri altrui). Le Winx invece hanno dei
poteri incongruenti tra loro. Bloom governa il fuoco, Stella il sole e la
luna, Musa la musica, Flora la natura, Tecna la tecnologia, Aisha invece
padroneggia il liquido rosa chiamato Morfix. Questi poteri, a mio parere,
sono confusi e poco chiari. Mentre con gli elementi si dà alle W.I.T.C.H.
il potere di governare ogni singola forza della natura, mi chiedo quale è il
motivo per cui Bloom governa il fuoco e Tecna la tecnologia. È un po’
fuorviante, a mio avviso.
- Le Winx hanno sedici anni e un corpo da
maggiorate fatto con lo stampino, si differenziano solo per il colore di
incarnato e di capelli, le W.I.T.C.H. invece sono delle tredicenni (più
vicine all’età delle bambine) che hanno il fisico da tredicenni. C’è
quella più cicciotella, quella magretta, e, oltre ad identificarsi
caratterialmente, le bambine che seguono le loro avventure possono avere
un identificazione estetica. Inoltre trovo carino, da persona soprappeso
quale sono, un identificazione con una forma fisica diversa. Ok, il grasso
è una cosa brutta e dovremmo essere tutti dei mangialattuga sportivoni salutisti,
ma esistono ragazze che, proprio di costituzione, tendono ad avere il
fisico formoso, altre invece che sembrano delle tavole piatte. E per quale
motivo una bambina, nel pieno della trasformazione ormonale non può
trovare un suo corrispettivo in un disegno realistico e non eccessivamente
perfetto come quello delle Winx?
- Il tratto grafico (e qui scende in campo la mia
conoscenza artistica) delle Winx è sterile, schematico, ripetitivo. I
disegnatori evitano volutamente, per le loro scarse capacità (inizio a
pensarla così), di dare profondità alle fatine. Per non parlare del
costume dopo la trasformazione, ognuna ne ha uno diverso (calzoncini,
gonne, top, vestitini di troppi colori, che creano confusione), ricoperto
di orridi brillantini disegnati con l’ormai imperante e vomitevole ausilio
della computer grafica (sono per i buoni e vecchi lavori d’artigianato
artistico). Le W.I.T.C.H. invece, nascendo come fumetto, hanno delle
caratteristiche tecniche già impostate, il tratto è particolare,
attraente, disordinatamente gradevole. Ogni streghetta è contraddistinta
da stili d’abbigliamento diversi e ben precisi e dopo la trasformazione
hanno un costumino sostanzialmente simile, che si differenzia nella forma
di poco, ma non nei colori (il che fa molto team).
- Le Winx hanno raggiunto una popolarità
astronomica, tanto è che da queste storie ne è stato tratto un musical. Non
riesco a immaginare nulla di più satanico di donne di venticinque anni vestite
con dei ridicoli costumino a ballare per un pubblico di minorenni. E andasse
a fare in culo chi mi perculava quando mi guardavo Pretty Guardian Sailor
Moon, quella si che è arte.
- Tecna, ma cosa cazzo è Tecna? Tutte le Winx
hanno colori di capelli naturali (chi rossi, neri, biondi e castani),
Tecna invece li ha sul fuxia-violacei. Perché? Dio mio, se guardo un
cartone in cui una delle protagoniste ha i capelli fuxia, mi aspetto che
gli altri personaggi li abbiano verdi, blu e viola. No. E poi, dopo la
trasformazione, al contrario di tutte le altre che hanno i loro capelli
acconciati in modi gradevoli, Tecna indossa un casco la cui forma è la
cosa più simile ad una supposta che abbia mai visto e il suo costume,
invece di mostrare gambe, pancia e braccia come quelli delle sue compari,
è completamente coprente, a mo di tutina alla Star Trek (o Star Wars,
ignoro, per me sono uguali). Poverina, mai visto un disegno farmi più
pena.
- Le Winx hanno esordito con il cartone animato.
Le W.I.T.C.H. sono nate invece come fumetto, e poi ne è stato tratto un
cartone animato. Il cartone animato, di base, dovrebbe nascere dopo una
prova su carta che ne mostra le idee ad un pubblico ristretto di
estimatori del fumetto. Da li se tutto và bene e l’idea piace, parte la fase
2, la produzione del cartone animato. Le Winx, saltando il processo di esame
che il fumetto consente per sua natura, sono un prodotto grezzo, senza
angoli smussati.
- Le W.I.T.C.H. sono nate prima delle Winx, e
perciò è evidente quale dei due sia il plagio
Terminata questa lista, di oggettivissimi
motivi di odio per le fatine di fattura italiana, mi metto a preparare la mia
cenetta linfodrenante, e, ricordo, a chiunque abbia intenzione di iniziare a
scrivere e disegnare una storia di poteri magici e ragazzine, che per questo
lavoro ci sono già i giapponesi a fare di questo genere pura arte. Mamma mia, ho scritto
troppo, la noia e la domenica fanno brutti scherzi… |  |
09 May Aspetto: Che il mio caffè salga su Mood: Propositivo
Allora, come potete intuire dal titolo, ameno che non abbiate subito una lobotomia, vi informo sulle mie condizioni fisiche. Dopo aver passato la giornata di ieri a fare pipì, o a credere di doverla fare, alla sera mi sono ritrovata con un medicinale da incubo da dover prendere. Il Monuril, una bustina di granulato al lieve sapore di mandarino, contenente il principio attivo chiamato Fosfomicina Trometanolo, da assumere sciolto nell’acqua appena prima di dormire. Il problema principale di tale farmaco è che, essendo un disinfettante delle vie urinarie, necessita del tempo per agire, quindi la minzione è assolutamente proibita nel corso di tutta la notte. Così, vista la mia poca pazienza dopo più di ventiquattro ore passate ad urinare con un lasso temporale tra una sortita al gabinetto e quella successiva in media di trenta secondi, impreco e decido che l’unico metodo per evitare di passare la notte con lo stimolo è di ridurmi allo stremo delle forze fisiche e battere questo fastidiosa necessità con un sonno spaventoso. Il mio fedele lettore dvd mi fa da compagno nella mia battaglia contro le coliche renali e mi metto a vedere due film. Prima La neve nel cuore, film in cui avevo riposto tutte le mie non troppo segrete speranze (un pianto isterico di quelli che ti stremano), ma che si è rivelato orrendo e senza senso, con una trama scritta da un narcolettico alcolizzato, viste le scelte dei personaggi totalmente immotivate e fuor d’ogni logica. Poi, con ancora un po’ di energia da buttar via, inizio a vedere Sangue, La morte non esiste, opera prima come regista di Libero de Rienzo, uomo la cui estetica risulta a me la cosa più simile alla perfezione. Il film scorre tra tossici e incesti, il sonno inizia a farsi sentire e il mio lettore dvd decide di piantarsi poco dopo la metà. Poco male, finirò di vederlo in un altro momento. Mi faccio coraggio, vado al bagno e svuoto completamente la mia affaticata vescica dall’urina accumulata durante le ore di cinematografici intrattenimenti. Sciolgo la satanica bustina in due dita d’acqua, e mi accorgo che non si scioglie, visto che, l’unica cosa ho imparato dopo anni di lezioni di fisica passati a tentare di svolgere i cruciverba del Metro e del Leggo, il livello di saturazione è raggiunto. Aggiungo acqua, impreco, mescolo e butto giù la satanica pozione biancastra. Mi infilo sotto il mio piumone nel mio comodo letto ad una piazza e mezza con le lenzuola a fiorellini neri acquistatemi da Evelina. La notte mi sveglio con lo stimolo di fare pipì, butto giù dal paradiso una quindicina di santi random e continuo a dormire. Stamattina, infine, mi svuoto di ogni male con la mia pisciatina mattutina e passo la giornata in uno stato di buona salute accompagnato da momenti di noia. La cosa positiva, di questo ridicolo male da settantenne che mi ha afflitto per tre giorni, è che me ne sono stata a casa invece che andare in edicola, dimezzando la mia settimana lavorativa e avendo più tempo per me stessa, postando più spesso in questo mio spazio tricromatico, e per creare qualche modello da allegare al mio curriculum vitae, soprattutto dopo la batosta clamorosa presa incontrando la mia ex compagna di studi, ormai designer affermata. Così, presa dall’impeto della creatività, vi lascio per continuare le mie piccole opere d’arte realizzate con rapidoliner e pantone. Che il male possa essere per voi fonte di ispirazione e infine essere sconfitto con la sublimazione che l’arte permette (chi disegnando, Emiliano e Maru, chi suonando, Dario e la mia amica Rastina, chi rattoppando pc, Joe). Vi bacio tutti, tranne chi non si è fatto una doccia nelle ultime 24 ore.
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08 May Mood: Piegata in due...
Dopo avervi narrato le mie ultime catastrofiche sventure, eccomi, brevemente, per aggiungere dettagli. Ho passato la notte di oggi esattamente come quella infernale di anteprima al mio week end di lamenti. Il medico, o, sarebbe meglio dire Zia Evelina (che voi conoscete solo per i suoi hobby, tra i quali annovera il comprarmi tutto ciò che ikea offre o il far materializzare davanti alla mia porta di casa dei sacchetti ricolmi di cibarie, ma che è anche una stimata patologa), mi ha diagniosticato telefonicamente una meravigliosa colica renale, precisando il fatto che sono condannata a soffrirne vista la mia predisposizione genetica, evvai! Vi lascio e torno a contorcermi in ogni angolo della mia casa. Sono gradite le condoglianze, sincere e non.
07 May Mood: Post Bagno, canticchiando Cher
C’è la leggenda metropolitana che vuole che noi donne, in quei giorni (e, tanto per renderlo esplicito, per quei giorni si intende nel periodo del ciclo mestruale) diventiamo degli esseri intrattabili, ipersensibili, depressi, emotivi. Io, in condizioni normali, durante il periodo in cui i miei inutili ovuli si rigenerano e si fanno largo del mio utero scansando quelli del mese precedente, divento affamata, apro il frigo e divoro qualsiasi cosa dolce che trovo (specialmente cioccolato), provo nausea (e Emiliano, regolarmente, sfodera la sua miglior battuta d'antologia, chiedendomi se sono in cinta), e, nel peggiore dei casi, un poco di fitte al seno. Ecco, le condizioni normali non sono presenti, visto che sto cercando di buttar giù il mio proverbiale lardo, quindi mi autoimpongo di non attuare le compulsive ingurgitazioni. E cosa accade al mio mood? Diventa esattamente il mood standard da donna con il ciclo mestruale, ovviamente plasmato sul mio carattere. Più irritabile, più ipersensibile, sufficientemente depressa ed esageratamente emotiva. La persona orribile che è in me si fa largo attraverso i miei freni inibitori e fuoriesce completamente. Sarà pure che in questi giorni ho avuto a che fare con le mie due più grandi nemesi sotto forma di casuali incontri. Nell’arco di ventiquattro ore ho incontrato, anzi sarebbe meglio specificare è entrata in edicola, per prima una compagna di università che lavora già nel campo della moda, la quale mi ha spronato a mandare altri curriculum facendomi sentire la persona meno soddisfatta in ambito lavorativo che conosco. Poi, non contento di questo inutile accanimento, il mio destino bastardo mi ha fatto imbattere in una mia amica di giochi dell’infanzia (di cui, per inciso, non ricordo assolutamente il nome, ma chiacchiero ogni volta che la incontro come se fossimo grandi amicone), ovviamente mia coetanea, che spingeva una deliziosa carrozzina con tanto di pargolo dentro. Come se non bastasse la meravigliosa stoccata sulla mia attività lavorativa fallimentare, il meraviglioso carico da dodici, per la serie: Tu che tanto vorresti una relazione perfetta (non solo nella tua mente) con tanto di pargoli, guarda qui, c’è chi ci riesce, mentre te sprechi il tuo tempo a struggerti per uomini impossibili e impassibili. Ed eccomi qua, distrutta, a farmi scaraventare a destra e manca da queste piccole frustrazioni. E come se non bastasse, pur avendo saltato il divoramento di tutto ciò che ho in cucina, dopo una cena con svariate persone al ristorante greco, con tanto di musiche e balli tradizionali greci a cui avrei volentieri partecipato se Gigio non mi avesse ricordato che ho ancora, da qualche parte, una dignità, trascorro la notte tra venerdì e sabato con gli occhi sbarrati in preda a gorgogli di stomaco. Mi alzo in cerca dell’unico farmaco che, a causa dei miei frequenti problemi di stomaco, non manca mai in casa mia, e scopro, nel mezzo di quella nottata infernale, che nel mio angolo dei farmaci in cucina non ve ne è traccia. Impreco, passo la notte in bianco, la mattina avviso il mio gentile datore di lavoro del mio stato psicofisico, e lui mi dice di rimanermene a casa tranquilla. Così butto il mio sabato e la mia domenica, unici momenti in cui riesco a ricucire i miei logori rapporti sociali, declinando inviti per shopping pomeridiani e quanto altro, guaendo come una bestia nel mio letto con il mio lettore dvd in perenne funzione a trasmettere tutto ciò che di lacrimevole ho trovato nella mia colonnina porta film, tutto ciò notevolmente amplificato dalla totale, o quasi, assenza di cibo. Stamane, trascino il mio stomaco gorgogliante come la cloaca della magliana e il mio culo invadente come le truppe militari americane in Iraq (ma si, un po’ di satira politica!) in edicola e li faccio dell’incredibile anche per me. Ad un certo punto della giornata entra una delle tante (da me odiate) coppie Nonno/a-Pargolo/a, per la precisione una nonna bionda ossigenata cotonata oltremodo e un bambino di quelli che devono toccare tutto perché i genitori hanno avuto dei palesi deficit nell’educazione di tale bestiola. Questo bambino ha una particolarità che mi irrita oltremodo, e ancor più mi irrita la nonna che gli permette di attuare questi fastidiosi atteggiamenti. Mentre un normale bambino mi chiede se abbiamo la cosa che cerca, lui si arrampica, fruga, lancia, e soprattutto entra nella mia area privata, nel mio gabbiotto dorato ove solo a gli edicolanti e consentito entrare, per verificare se sono o meno uscite le figurine dell’uomo ragno. Lo aspetto al varco, con la faccia infuriata di chi, dopo aver passato tre giorni in completo isolamento, è costretta ad intrattenere rapporti con tale piaga sociale. “Mi dispiace, ma non puoi entrare, se ti fai male poi l’assicurazione non ti copre… Signora, la prego, prenda suo nipote e gli faccia capire che questa area è riservata al personale, perché potrebbe ferirsi con le forbici o i coltelli che usiamo per disimballare i pacchi, e, a quel punto, io non ne rispondo visto che l’ho avvisata.” La nonna annuisce e acchiappa il marmocchio per un braccio, il quale inizia a sbraitare e, fastidiosamente, a piagnucolare. Io rido sommessamente e gli allungo le dannate figurine dell’uomo ragno, e, appena la nonna imbarazzata, con il bambino sbraitante tra le braccia, varca la soglia, mi perdo in una risata fragorosa e inquietante anche per me stessa. Per la prima, e spero ultima, volta in vita mia ho scaricato la mia merda addosso a qualcun altro,e, come al solito, quando faccio qualcosa di cui non vado fiera, per il mio insito spirito di contraddizione ne divento improvvisamente orgogliosa. La favola insegna che una donna a dieta è pericolosa, lo è anche una con il ciclo mestruale, ma sommando i due fattori si ottiene un mostro spaventoso. Attenzione, a chi mi incontra, fino a mercoledì l’umore è questo. E poi non dite che non vi avevo avvisati.
02 May Mood: Devo fare la spesa
Per prima cosa buona festa dei lavoratori in ritardo a
tutti. Come molti di voi ignorano, le edicole sono aperte il primo
di maggio (i giornali vengono composti il 30 di Aprile) e chiuse invece il
secondo giorno di maggio, quindi io, da brava edicolante, ho lavorato mentre
tutti voi vi riposavate e oggi riposo mentre tutti voi lavorate. L’altro ieri sera, stranamente, guardavo il tg3 (preferisco
quello di La7, potrebbe esserci Antonello Piroso a leggere le notizie, uomo
dall’innegabile fascino, quindi, in genere guardo quello) e, verso la fine del
tg, la simpatica Giovanna Botteri ha annunciato l’argomento del Rotocalco
Televisivo, programma del bravo e delicato giornalista Enzo Biagi. Ospite principale della serata sarebbe stato il mio autore
satirico preferito, esiliato da ben cinque anni dalla tv di stato (e non). La prima reazione che ho avuto è stata quella di saltellare
(con tutto il mio lardo) entusiasta con gli occhi lucidi in giro per il mio
salone, lanciando la guida Lonely Placet del Giappone in faccia a quel povero
malcapitato di mio fratello, la seconda è stata quella di programmare il mio
VHR alle 23.25 per poter vedere, in caso me ne fossi dimenticata, cotanta
personcina di nuovo sul mio piccolo schermo. Di chi si tratta è presto detto, un uomo che è riuscito a
vincere tutte le cause di diffamazione che gli sono state intentate dal nostro
simpaticissimo (ovviamente sono ironica) ex primo ministro visto che i giudici
gli hanno riconosciuto l’esercizio del diritto di satira, che negli ultimi
cinque anni, lontano dal quadratino rumoroso che ognuno di noi ha della propria
casa, ha sfornato ben sei libri e quattro monologhi teatrali. Daniele Luttazzi. Mi piazzo davanti al televisore alle 23.10 e un inquietante
presenza nella mia casa, con in mano il mio telecomando, disturbava la mia
attesa fremente con compulsavi cambi di canale. Bestemmiando, mi rimpadronisco del mio telecomando e spingo
il tastino bianco con il tre sopra. Inizia, e mi perdo in trenta secondi di gridolini stile
squittio, mentre Enzo Biagi presenta il suo ospite. Ed eccolo li, con la sua camicia bianca, nello studio bianco
(troppo bianco per i miei gusti), rilassato e cortese, accomodato sulla sua
sedia a rispondere, con il suo solito eloquio accelerato, alle domande del
canuto giornalista. Sarà che ritengo Luttazzi una persona molto intelligente,
sarà che ritengo particolarmente imbecilli il 99,9% dei comici, sarà che
vederlo a teatro mi è piaciuto particolarmente così come in dvd, ma devo dire
che, come al solito, non sono rimasta delusa. Di Trascrivere l’intervista m’era balenato in mente, ma per
fortuna siamo in un mondo civile e esiste YouTube, quindi vi lascio alle
immagini e alle parole di Daniele Luttazzi che potrete visionare nei due
filmatini in cui è stato splittato il file, cliccando qui e poi qui.
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