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4月29日 Bevo: Acqua Liscia Fumo: una Benson Blue Mood: Domenicale
La settimana è passata piacevole. Il 25, giorno del compleanno di Alessia, abbiamo preso bagatte
e burattini, teli e cibarie, e ci siamo andati a sbracare sul pratone della
coperativa agraria a decima, tra le cacche delle pecore e un gruppo di
maschioni che giocavano a torso nudo che giocavano a calcio. Dopo un po’ di chiacchiere e alimenti grassi assunti, con il
barbecue che scoppiettava allegro sciogliendo il grasso di una miriade di
salsicce, il sole, a picco come non mai, ha iniziato a arrostire la nostra
pelle. Emiliano e Eleonora erano grosso modo dello stesso colore
dei miei divani bordeau, io per fortuna non mi sono ustionata e la mia pelle,
normalmente bianca cadaverica, ha assunto un leggero tono mielato. Il naso in
compenso e’ diventato rosso, tanto che ogni cazzo di vecchia in edicola si è
preoccupata per la mia salute, chiedendomi se fossi raffreddata. Poco male
visto che con questo colorito sembro quasi viva. L’altro ieri invece sono stata in edicola e, avendo finito
la resa prima del tempo, ho iniziato a spulciare le riviste da leggere. Con il mio occhio di lince con dieci decimi di diottria, ho
guardato alla mia destra e baldanzosa ho iniziato a correre verso il nuovo
numero della rivista ufficiale della Nintendo, per scoprire, imprecando ad alta
voce nell’edicola vuota, che era sigillata da quel cazzo di dannato cellophane.
Piango e tiro fuori dal mio portafoglio cinque euro e cinquanta centesimi, li
ficco in cassa e mi copro la rivista, che poi avrei letto nel pomeriggio. Passo ai quotidiani e leggo distrattamente che l’euro era al
suo massimo storico sul dollaro. Che palle. Sbuffo, attendo l’ora di fine turno e monto sulla mia Corolla
Station Wagon argentata e me ne torno a casa. Poi l’illuminazione: Euro batte dollaro = Shopping più
conveniente su e-bay. In due secondi perdo il minimo barlume di umanità rimastomi. Verifico sul sito delle poste il quantitativo di denaro presente
sulla mia poste-pay, 45 €. Missione: Svuotarla. Apro il sito di commercio più famoso al mondo e inizio a
scavare tra le miriadi di porcate in vendita qualcosa che incontra il mio gusto
e il mio interesse. Alla fine la missione è compiuta, e, attendo nei prossimi
giorni, belli e aitanti postini con tanti pacchi (ok, ho visto troppi film
porno) ricolmi di ogni ben di dio da me visionato e selezionato on-line. Vi Posto le immaginuzze della mia spesa, così potete ridere
di me e del mio grottesco abbigliamento spaventosamente plasticoso. Il pezzo forte, a mio avviso, sono gli orecchini a fungo di Super Mario, ho
avuto una emozione assurda quando ho spinto sul tastino compra subito... Buona domenica e che voi possiate avere abbastanza danaro
sulle vostre carte di credito prepagate per soddisfare i vostri frivoli
desideri in un pomeriggio di noia. 4月26日 Ascolto:
Judy and Mary – Brand New Wave Upperground Bevo: Acqua naturale Mood: Sonno
Và detto che sono una persona contraddittoria. Se mi trovo la sera davanti ad un bel Malibù Cola con Emiliano,
Eleonora e Maru posso dire intere frasi composte al 90% da improperi e
parolacce e il restante 10% da articoli e congiunzioni. Ma se si tratta di lavoro sono il galateo in versione umana. Sono una fumatrice. E rispetto chi non fuma. Prima della legge anti-fumo, giustamente introdotta a mio
avviso, fumavo ovunque potessi, ma se c’era una donna gravida o un bambino nel
luogo dove stazionavo, state pur certi che non mi sarei mai accesa una
sigaretta. L’edicola dove lavoro è una di quelle nuove, per fortuna,
chiuse ermeticamente. Come in ogni luogo pubblico chiuso vige il divieto al
tabacco. Ed è giusto. Ed io, quando ho un momento morto e voglio accendermi la
mia meritatissima Benson blu, esco di fuori, mi siedo sul gradino e fumo. Se arriva
un cliente, appoggio la sigaretta sul gradino, entro, lo servo e riesco. Pochi semplici accorgimenti per rispettare tutti. Ecco, i clienti invece se strafregano. Ci sono un paio di tizi che entrano ogni santo giorno con la
sigaretta in bocca, comprano il loro giornale e escono. Ce ne sono altri che
entrano con la sigaretta in bocca, ci mettono due ore a scegliere il giornale e
escono. Per me sono sulla stesso piano, c’è una fottutamente giusta
legge che va rispettata. Poi c’è un altro signore, la persona che mi fa detestare il
lavoro di edicolante, uno squallido vecchio che guarda qualunque donna come se
lo stesse invitando di palesemente alla fellatio, inclusa me. Sfodera le sue squallide battute sessiste (è quello che mi
ha recitato “A Silvia” di Giacomo Leopardi), fa apprezzamenti volgari
mascherati da complimenti, mi apostrofa con epiteti come Tesoro, Amore mio,
Bella Bimba (che è la frase più vicina all’immagine del Pacciani che mi viene
in mente), Piccola, Mi ha dovuto per forza dare un bacetto sulla guancia,
sbavandomi (Maru ne è testimone)e qualche giorno fa ha addirittura commentato
il fatto che indossassi calze coprenti nere dicendomi “Quand’è che mi fai
vedere tutte le tue grazie, che sei alta e hai delle belle gambe” (in primo
luogo sono alta, ma anche grassa, e non ho delle belle gambe, ma due porchette
che manco ad Ariccia, in secondo luogo, terrò le calze anche ad agosto dopo
questo commento da maiale, per quanto mi riguarda). È come se io, ad ogni bel ragazzo che entra in edicola
dicessi “Perché non ti togli la maglietta e mi fai vedere il petto” , oppure “Sei
veramente carino, dammi un bacio”. Ma siamo matti? Ho una dignità, al massimo queste
cose le dico al povero Marco, che tanto c’è abituato e ne riesce a cogliere l’ironia
e la moderata perversione. Io, come dicevo prima, sono una persona educata, e, per
quanto per me sei passibile di denuncia per le schifezze che mi devi propinare
ogni giorno mentre ti cerco il tuo fottuto giornale, non ti manderò mai a fare
in culo. Oggi entrano in edicola una mamma e un bambino piccolo,
quattro o cinque anni al massimo, e la madre inizia a dare un occhiata alle
varie riviste. Pochi istanti dopo entra il maledetto vecchio di cui sopra,
baldanzoso come ogni giorno. “Tesoro mio bella, buongiorno…” dice ad alta voce con il suo
sorriso da ebete. Qualche istante e noto una piccola coltre di fumo provenire
dalla mano destra del maledettissimo vecchio. Mi ci vuole una frazione di secondo per ricordare ogni
singola volta che questo dannato idiota mi ha chiamato Amore mio senza offrirmi
una cena o comperarmi un anello di diamanti (non che io lo voglia, per carità,
sono ridotta male ma non così tanto, ma nel Silviapensiero il sessismo da parte
dei maschi è ben accetto se almeno questi ti ripagano portando le buste di un
pomeriggio di shopping frenetico). Tronco il suo buongiorno, e, allungandogli da dietro al
bancone il solito quotidiano, caustica, dico: “Per favore, con la sigaretta no,
c’è pure un bambino!”. E li accade l’incredibile. La giovane mamma, fumatrice anche lei (aveva un bel
pacchetto di sigarette che le sporgevano dalla tasca), inizia ad inveire contro
al vecchio, raggelato, impietrito dal fatto che non avessi ingoiato le sue
stronzate. “Io non fumo davanti a mio figlio, siamo in un luogo
pubblico, lo sa che lei è passibile di denuncia, e poi non mi pare il caso di
mettere nei guai la signorina, visto che la multa la fanno anche a lei. Ma mi
stà ascoltando? Esca!” Il vecchio, sempre più impietrito, cerca comprensione sul
mio volto (molte volte mi ha trovata fuori a fumare), che, in quel frangente,
era un esatto mix tra quello di Mussolini e Moira Orfei. Esce, balbettando, con la faccia sconvolta, come se la
moglie (che mi auguro non esista) lo avesse sorpreso dietro ad una fratta con
una transessuale. Appena varca la soglia, io e la mia salvatrice, complici della
cacciata, insultiamo il vecchio dannato con improperi artistici e non. Due mesi e mezzo che lavoro li, due mesi e mezzo di boiate
che m’è toccato ascoltare, e ora, la mia piccola personale vendetta… 4月23日 Mood: Sunday
Eccomi qua, domenica. I miei occhi si sono aperti alle nove e trenta, e si stanno
per chiudere. Ho passato la giornata a fare ciò che non riesco a fare
durante la settimana: pulire, rilassarmi, pulire, rilassarmi, e sebbene
l’essermi preposta di pulire di più e rilassarmi di meno, ovviamente ho optato
per invertire l’ordine delle priorità. Con grande dispiacere ho fallito per l’ennesima volta il mio
piano di pulizia scaffalature, perciò respirerò polvere ancora per una
settimana. È quasi inutile ricordare a tutti voi la mia attitudine
naturale per essere una casalinga provetta che odia il fallimento. E, se siete lettori assidui del mio blog, saprete di certo
che sono fieramente una socia coop da ormai tre anni e mezzo. Qualche giorno fa mi trovavo appunto con Maru alla coop di
via Laurentina, a meno di un chilometro da casa mia (do informazioni precise,
in caso un eventuale stupratore cercasse vittime on-line) a comprare delle cose
che le sarebbero servite per il cfm (se qualcuno di voi sa cos’è un cfm è
pregato di non presentarsi mai più sul mio blog). In ogni caso, eravamo li bel belle con le nostre pistolone-scanner
Salvatempo, scansionando ogni singolo prodotto e riponendo tutto con estrema
cura nei cestini rossi, quando una ragazza con il tesserino coop appuntato sul
petto ci si avvicina con fare timido. “State adoperando il Salvatempo?” sussurra la nostra
coetanea in modo spaurito. “Si” Rispondiamo guardandoci, come se la domanda fosse la
cosa più ovvia del mondo. “Lo conoscete il Salvatempo più?” Al chè io e Maru, ci guardiamo, da brave sorelline-socie
coop, iniziamo a lanciare gridolini di stupore. La giovane impacciata hostess in talleur, credo un po’ sconvolta
dalla gioia sui nostri volti, ci spiega il meraviglioso upgrade del salvatempo. Per chi è rimasto indietro piccolo excursus sul Salvatempo
semplice. Se sei socio coop puoi usufruire di tale servizio, che ti
permette di scansionare, mentre fai la spesa, le merci che acquisti, per poi
consegnare alla cassiera solamente la pistolona con cui hai scansionato. Eviti
la coda, l’attesa, ma a volte può capitare la rilettura della merce, e così
imprechi e molli tutte le cibarie sul nastro della cassa e attendi che la
cassiera verifichi che non hai fregato nulla. Comunque, tornano al Salvatempo più, la signorina tremolante,
terrorizzata forse anche dal nostro aspetto, ci porta vicino ad un cancelletto
ad apertura automatica, dove, su di un mobiletto laterale, sono piazzati strani
marchingegni di cui ignoriamo l’uso. Ci spiega che al Salvatempo più possono accedere soltanto i
clienti che pagano con carta di credito e altre cose (che io non ho ma maru
si), e così assisto esterrefatta all’ennesimo miracolo della mia azienda
preferita (assieme alla Nintendo). Una stampante tira fuori lo scontrino con elencate tutte le
cazzatelle acquistate da Maru e il cancelletto si apre, facendola uscire sana,
salva e prima di me che ero alla fila accanto. Dio salvi la coop, e il loro ufficio marketing, uno dei
pochi che fa un buon lavoro, davvero. 4月18日 Bevo: Il meritato caffè Ascolto: un po’ di buon vecchio Punk su Last.fm (su consiglio
di Rastina) Mood: Feeling Good
Tra le mie mansioni da edicolante c’è la resa. Cosa significa? Si contano e si annotano le riviste e i
giornali che non abbiamo venduto e si fanno dei pacchi da rendere ai fornitori,
i quali pagheranno il mio titolare in base alle vendite. Questa operazione è la cosa più faticosa del lavorare in
edicola, in media prende tre orette, ma la durata del raccattamento di riviste
astruse può avere una variazione di durata dalle 2 alle 5 ore. Ovviamente ogni
giorno c’è la resa da fare, e così passo il mio tempo interrogandomi su cosa
sia e dove si trovi Aspenia, se il fornitore richiede un numero di superman
(fumetto) o supermen (film porno) (visto che tutto è abbreviato sul foglio
della resa), oppure Olimpia (giornale di caccia) o Olympia (giornale per
palestrati). Se mi dice bene e riesco a sbrigarmela in due orette e il
resto del tempo posso poltrire, sempre cortese e scattante quando entra una vecchiaccia
con qualche richiesta astrusa. C’è gente che m’ha chiesto quando avremmo
tagliato il prato (“Ma non esiste il servizio giardini del comune di Roma
preposto ad occuparsi dei parchi?”). Comunque, per far trascorrere le numerose ore oltre, ad
essere armata di musica che canticchio con la mia gracchiante voce da tabagista,
oltre al chiacchierare in proposito del tempo con i clienti, se ho finito la
resa, faccio il giro dell’edicola in cerca di riviste non ricoperte da
cellophane, da leggere per ammazzare il tempo. Generalmente sfoglio i quotidiani (Repubblica, Correre della
Sera), la rivista ufficiale della Nintendo, quella non ufficiale, qualche
giornale di viaggi, vari manga, Vanity Fair, Riviste d’arte, architettura,
musica, cinema e moda, i giornali che elencano gli eventi della mia città e
qualsiasi cosa catturi il mio interesse. Oggi, mentre cercavo Storie di Kappa numero 46 senza
successo, mi sono messa a vedere se c’era qualche nuovo manga uscito. Così ho trovato solo Lovely Complex, la cui copertina mi
attirava meno di un uomo in tanga pitonato. Sono abbastanza dicotomica con i manga. Mi piacciono le
sfumature romantiche nelle storie incasinate create dai giapponesi, figure
mentalmente superiori, ma poco tollero lo Shojo manga classico. Per chi non lo sa, lo Shojo (che in giapponese significa
“ragazza”)è quel filone di fumetto che racconta storielle d’amore senza troppi
fronzoli, ambientate principalmente sui banchi delle scuole, dove una ragazzina
timida si innamora del figone della situazione, che dopo duemilasettecento
pagine di arrossimenti e vergognucce pallosissime(oddio, in realtà faccio anche
io così con gli uomini), riesce a conquistare (ecco, questo a me non accade…). Noia, noia, noia. Meglio un film con Meg Ryan a sto punto. Ecco, questo Lovely Complex mi dava l’idea, per la copertina
dai colori tenui acquerellosi, di appartenere in pieno alla categoria, ma visto
che oggi questo passa il convento, visto che Vanity Fair di questa settimana è
incellofanato, mi accontento e mi immergo nella lettura. Dalle prime pagine inizio a notare uno stile un po’ diverso
da quello dello Shojo manga classico. I tratti sono essenziali, puliti, gradevoli. La storia è a
dir poco spassosissima. Sono narrate le vicende di Risa, una ragazza altissima e per
questo complessatissima, e del suo amico Atsushi, un ragazzo bassissimo,
anch’esso depresso dalla sua altezza. Entrambi hanno problemi con l’altro
sesso, visto che non rispecchiano l’ideale di femminilità/mascolinità dei loro
coetanei. I due passano il tempo a sfottersi con divertenti epiteti
(nanerottolo, gigantessa,…) e formano una non coppia esilarante, uniti
nell’obiettivo di trovare qualcuno che se li fili. La trama è ovvia,
sicuramente si innamoreranno l’uno dell’altra e viceversa, ma, sebbene il finale
strascontato, vedere le peripezie di una strana coppia è più divertente che
sospirare di amori impossibili e strazianti con i soliti bellocci di mezzo. Sarà che un po’, dall’alto del mio metro e ottantatre
centimetri, mi rispecchio nella protagonista, ma sono convinta del fatto che il
fine ultimo, il buon proposito, di questa saga in bianco e nero, sia il dare
maggior rilevanza al carattere di una persona piuttosto che all’aspetto fisico. Sarà anche che, dal largo della mia ciambella addominale, ho
sempre sognato di attrarre le persone per il modo di fare, di vedere il mondo,
piuttosto che essere scartata a priori per il mio aspetto a dir poco grottesco. Comunque dopo aver terminato di sfogliare il volume numero
uno di Lovely Complex, un piccolo sorrisetto è spuntato sulla mia faccia che,
di norma, di mattina ha ben poco da ridere. Evviva, perché la cosa che preferisco in una persona sono i
difetti, ad essere belli e bravi siamo capaci tutti, e di certo la mia smodata
attrazione per gli uomini un goccetto cinici, maleducati e con la pancetta ha
trovato terreno fertile in questa breve lettura. Buon pomeriggio a tutti, vi lascio con la frase che
capeggiava sulla maglietta del mio datore di lavoro di ieri, che sottoscrivo in
pieno. Un uomo senza pancia è come un cielo senza stelle. |  |
4月16日 Lecco: del miele dal cucchiaino Mood: Sempre di fretta Dopo le ultime rocambolesche giornate, un week end pacifico
e qualcosa di cui non ho voglia di parlare alla platea di cibernauti, eccomi
qui, con un poco di senso di colpa per aver trascurato il mio blog, a compilare
un post in proposito di qualcosa che mi verrà in mente nei prossimi cinque
secondi. Ok. Sim City 4. Innanzitutto va fatto un breve preambolo. Io ho una fobia che batte tutte le mie paure, più di quella
in cui un aereo mi precipita in testa, più dello stare dietro a un
autotrasportatore che dissemina macchine nuove sopra la mia, spiaccicandomi
(cosa che per altro due giorni fa ho visto con i miei occhi su via di decima),
più che precipitare dal viadotto della
Magliana, più della nube gialla soffocante proveniente da Venere che sognai da
piccola. Di cosa si tratta? Ok, io lo dico ma non prendetemi per il
culo. Io ho la fobia dei giochi della EA games. Perché? Perché ogni
volta che avvio uno di quei divertenti giochetti tipo The Sims, o Sim city per
l’appunto, muoio di terrore nel momento in cui passa il logo della casa
produttrice del videogame in questione. Una targa argentata che si pone al
centro dello schermo, mentre due voci diverse dicono il nome della società (EA
games) e il motto (Challenge everything). Ecco, la seconda voce, quella che
dice, anzi sussurra, il motto, è la voce
di un bambino oltremodo inquietante. Perciò, soprattutto se sono sola in casa, mi
metto a urlare terrorizzata, o, al limite avvio il gioco, tolgo il volume al pc
e attraverso la mia microscopica casa andando nel punto più lontano a tale
fonte di inquietudine. Nevrosi a parte, qualche giorno fa mi trovo il mio
coinquilino consanguineo piazzato davanti al pc, cosa che succede solamente se
è domenica e deve seguire i risultati delle partite di calcio oppure se
installa un nuovo gioco. Mio fratello quando gioca con il computer pare un
malato. Sovente impreca, bestemmia, adopera epiteti razzisti, prende a pugni il
tavolo, e, sempre, monopolizza la mia postazione multimediale. Lo trovo estremamente calmo, invece, così mi avvicino e vedo
che traffica con Sim city 4. ma invece di costruire palazzi, fabbriche o
aumentare le tasse, tiene aperta la chatbox del gioco e copia e incolla
ripetutamente la parola weaknesspays. Mio fratello, un Lamer. Giorni dopo mi trovo in casa da sola e avvio il gioco. Decido di non fare come lui, niente password per
incrementare il capitale della mia cittadina, e, provo invece ad immedesimarmi
nei panni di un sindaco coscienzioso. La mia città ideale prender forma. Trasporti pubblici efficientissimi per scoraggiare l’utilizzo
delle autovetture private, aree verdi ogni pochi isolati, centrali eoliche per
avere energia pulita, le industrie nell’angoletto dello schermo più lontano
dalla città, per evitarne l’inquinamento, ben collegato però dalla ferrovia,
spiagge pubbliche, copertura scolastica eccelsa. Bilancio in rosso, dopo poco vengo cacciata dalla città. Ma io dico, dannati bastardi, vi ho creato il paradiso in
terra e voi mi cacciate? Allora, non paga della cocente delusione, ritento l’impresa
e carico di nuovo uno scenario dove piazzare la mia seconda città. Inzio con
poche casette, una centrale a carbone potentissima ma inquinantissima, acqua
razionata come nemmeno sapessi di dover rimanere una settimana nel deserto con
mezzo litro di Ferrarelle, niente stazioni di polizia ne pompieri, qualche
scuola elementare, niente verde, una clinica che copre parte del fabbisogno
cittadino. La cosa strana è che all’inizio tutto và alla grandissima, poi iniziano a prender fuoco alcune industrie, la
falda acquifera si inquina, e lo sfacelo inizia. La verità? Sim City 4 è un gioco che fa perdere la
dimensione del tempo un po’ come the Sims, la grafica è scarsa (l’unica opzione
carina è quella che ti permette di poter scegliere lo stile di costruzione, ma
è talmente infrattata che se mio fratello non me la indicava non l’avrei mai
scoperta), quasi insufficiente, ma ci insegna una serie di grandi verità. Essere un governante è complesso (poi che su questo molti ci
fanno la cresta è un altro paio di maniche), che la gente è sempre scontenta
sia se costruisci una città che farebbe impallidire Lugano, sia se li fai
vivere nella discarica di Malagrotta. Sim city 4 ci insegna a ponderare, valutare i contraccolpi
di ogni singola azione che intraprendiamo, ragionare a livello monetario e gestionale,
e per questo lo consiglio agli impulsivi, a chi di matematica non capisce un
tubo e agli incasinati di natura. In Media stat Virus. |  |
4月12日 Mood: Mal di testa
Rieccomi, dopo questa vergognosa assenza. Oltre ad aver trascurato i vostri blog, non leggendo nulla
da circa una decina di giorni, ho dimenticato di aggiornare il mio, e così mi
trovo a guardare la pagina principale e
scoprire che il mio ultimo intervento risale a quasi due settimane fa. Sarà un po’ per colpa di una copia di Hitman entrata in casa
mia che ha incollato il mio coinquilino-consanguineo a questo pc (ha appena
terminato l’ultima missione), sarà un po’ che non ho tempo per respirare e
quando ce l’ho devo pensare alla mia sopravvivenza (cose tipo lavarmi, fare la
spesa, le pulizie e, soprattutto, trovare cinque minuti per gli amici, visto
che ultimamente ho problemi a ricordare anche la loro faccia), sarà un po’ per
assenza fisica da questa città per una breve sortita milanese a casa del
Capitano e Manuki che ringrazio sentitamente e pubblicamente, visto il
meraviglioso trattamento alla stregua di una spa termale, con tanto di cereali
con fibre a colazione, ottima per il mio nuovo status di stitica (non ho
nemmeno il tempo di cagare). Comunque rieccomi, sono viva, un pochetto acciaccata da
varie faccende personali, ma viva. Sono talmente stressata che inizio, in modo inquietante ad
assomigliare a mio padre (uomo che sostiene io sia andata al concerto dei Clash
invece che dei Muse “Guarda, Ettore, mi piacerebbe, ma Joe Strummer è morto nel
2002!”), esco dalla doccia con una gamba depilata e una no, esco di casa con un
sopracciglio diverso dall’altro, non gioco con la wii da lunedì, con il ds da
almeno due settimane, butto nel cestino della spazzatura cinque euro perché,
stanca del mio ingombrante portafoglio, ho iniziato ad adoperare i pacchetti di
benson per trasportare le mie finanze. Beh, io ho scoperto che la cura a tutto questo esiste, si
chiama Svizzera. Durante la mia tre giorni milanese, viste le belle giornate
e la necessità per affari personali di coloro che si sono sacrificati dormendo
sul divano, abbiamo agguantato i documenti e abbiamo sconfinato, spingendoci
sino Lugano. Sarà stata l’aria di montagna, sarà che l’Italia certe volte
mi stà stretta, ma, dopo aver passato da pochi minuti il confine nella mia
testa ha iniziato a delinearsi una certezza: voglio vivere, e magari anche
morire, in questo paese. Lugano è piccina, ma perfetta. Il lago azzurrino, l’idea dei freddi inverni chiusi in casa
davanti al caminetto e delle fresche estati all’aperto, l’aria vaga di un film
anni ‘70 con Gerry Calà, i cestini per la raccolta differenziata in metallo,
puliti e conficcati sui marciapiedi, i sacchetti per la cacca del cane ai vari
ingressi dei parchi, l’area pedonale che rimanda un po’ allo stile viennese, il
merchandising turistico esteticamente gradevole (altro che quelle cazzo di
statuette del colosseo che scolorano a seconda dell’umidità, i matitoni tricolori o quei cavolo di
pinocchi di legno, io ero impazzita davanti alla croce bianca su campo rosso
stampata su magliette, coltellini, cappellini, borsette e ho acquistato una
splendida tazza) e poi il fottuto cioccolato e lo strafottutissimo formaggio
(le due pietanze, assieme al burro, con le quali potrei sopravvivere, ma di cui
la dieta mi impone momentaneamente di sospenderne l’assunzione). Ma non solo questo mi ha impressionata. Si dice che gli svizzeri sono precisi e puntuali. È un luogo
comune, come lo è che gli italiani sono rappresentati dal trittico “Pizza,
Mafia & Mandolino”, ma da qualche parte i luoghi comuni devono pure
attingere. E se il luogo comune è sinonimo di affidabilità, oh, io non ci vedo
nulla di male. Piccolo esempio. Spizzico da Milano, faccio la fila con pazienza, rimanendo
mezz’ora in piedi. La cameriera, mestiere che conosco e per questo dico che non
ti costa nulla stamparti un cazzo di sorriso sul volto, è la cosa più vicina a Kathy
Bates in Misery che abbia mai visto in vita mia. Insulta velatamente i clienti,
sbrocca ad un gruppetto di tre turisti latino americani che non riescono a
capire cosa è contenuto nel menù. Di sottofondo un turista napoletano che
inizia a fare battute a dir poco banali (stile “ma la coca cola la state
portando dall’america”) ad alta voce, cercando di accattivarsi la simpatia
della cameriera e quella della gente, compresi io e Emiliano, in fila (visto
che ero a milano, se volevo ridere potevo andare allo zelig). Comunque. Tocca a
me, finalmente, e l’essere inquietante, dopo avermi servito con stizza,
sbuffando e imprecando, prima mi rifila l’aceto di vino (cosa che ritengo
incivile) e poi mi comunica che non hanno la coca cola light, perciò esco dalla
cassa e vado all’angolo bar interno allo spizzico dove reperisco il prezioso
liquido. Al Burger King di Lugano non c’è fila. Le casse sono più che
sufficienti a gestire l’afflusso della clientela. La cameriera, dopo avermi
servito un insalata, mi chiede che genere di condimento gradisco, e quando,
perplessa, chiedo cosa c’è all’interno della salsa alla francese, lei mi spiega
che si tratta di una crema di yogurt e spezie varie, quali erba cipollina e
qualcosa che non ricordo. Vada per la salsa alla francese. Al momento di
pagare, caccio fuori dal mio pacchetto di benson dieci euro e lei, senza farmi
passare dal noiosissimo cambiavalute, mi dà il resto in franchi svizzeri. La ringrazio e lei fa una cosa che ha dell’incredibile. Solleva il vassoio dal bancone, me lo porge e sfoggia un
sorriso innaturalmente dolce, splendido, sentito, e mi augura buon appetito. Il primo istinto da parte mia è stata la paresi. Il secondo istinto è stato il ricordare, con nostalgia, le
irreali pubblicità in cui l’armonia è la forza che regola il mondo, come quella
della Barilla negli anni ’80 con la bambina che prende il gattino e se lo ficca
sotto l’impermeabile giallo, al cui solo pensiero mi salgono le lacrime e
iniziano a strabordare dai miei occhini. Il terzo istinto, infine, è stato quello di informarmi sul
come fare a prendere la cittadinanza.
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