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    22 February

    Fashion Week...

    Mood: Smocciolo
     
    Finalmente ci siamo.
    Dopo mesi di corso, divento una giornalista di moda d’assalto, taccuino e penna in una mano, inviti nell’altra, sigaretta in bocca (non fate battute su gli altri fori del mio corpo liberi), mi appresto a farmi travolgere e estasiare dalla settimana della moda romana.
    Piccola parentesi per i non informati.
    La settimana della moda di Roma è notoriamente una cagata. La mia città è stata la capitale italiana della moda in corrispondenza al periodo del massimo splendore degli studi di Cinecittà, dove le stelle americane venivano a girare i loro film, poi, come ben sanno pure i muri, il tutto si è spostato a Milano, e qui si è rimasti con un pugno di sabbia in mano. Per ripristinare il tutto si è ben pensato di iniziare a proporre la settimana della moda anche a Roma, prendendo i rimasugli (e se sono rimasugli, un motivo c’è) delle altre settimane della moda e propinarli al pubblico romano.
    Io, del tutto priva della speranza di soddisfare quel minimo di interesse che posseggo nei confronti del campo su cui cerco di costruirmi una professione, accompagnata dalle mie compagne di corso, mi sono andata a conficcare per due interminabili e lunghissime giornate in quel dell’auditorium, prendendo tutto con la filosofia che c’è dietro una gita scolastica: cazzeggio puro.
    Narro or dunque gli accadimenti salienti della mio essere presente a tale evento.

    Day 1:
    Arriviamo all’auditorium, Toyota Corolla con me.
    Ovviamente iper anticipo, la sfilata comincia tardi, ma l’occasione di saltare delle lezioni era talmente allettante che decidiamo di perder tempo nel satanico luogo. Vaghiamo tipo anime dannate per qualche oretta, tra bookshop, (librerie, ma se sei artistoide le devi chiamare così) lounge bar (che io chiamerei bar con divanetti) e cagate simili.
    Fino a quando non capitiamo davanti allo stand di Sephora, e tutte le mie compari iniziano, da brave femmine, a saltellare come delle invasate all’idea di una gratuita prova trucco.
    Io inorridisco, ma mi sottopongo a tale scempio. Osservo le truccatrici, e scelgo quella che secondo me era truccata meglio, se è brava con se stessa non farà un disastro su di me. Mi metto in fila, Giulia si sta facendo truccare dalla suddetta. Ha un bomberino viola molto anni ’80 e la truccatrice le fa un bellissimo trucco sfumato sulle stesse tonalità, le mette un gloss rosa shocking. Bel lavoro, penso, e mi compiaccio della scelta della make up artist.
    È il mio turno, mi siedo e cerco di convincere Cecilia a farsi truccare. Ma lei è ferma sulle sue convinzioni antitrucco. Un po’ la invidio, io mi sono lasciata tirare in mezzo.
    La tizia inizia a conciarmi, mi toglie le occhiaia con del liquido magico a me ignoto e inizia l’opera. Le dico “mi piace molto l’ombretto sotto gli occhi, poi ho la frangetta lunga stile barboncino, quindi secondo me starebbe bene. Se vuoi osa pure”. Errore. Mai dire “osa pure” a nessuno, neppure alla migliore amica di una vita che conosce a memoria i tuoi gusti.
    Finito il trucco, abbozzo un sorriso, con voce atona esclamo “Che bello!”. Gli altri mi guardano e attaccano con delle frasi, palesemente di circostanza, “ma quanto stai bene” “dovresti truccarti più spesso”. Faccia sconvolta, mi giro verso Cecilia, e le chiedo “Sembro un transessuale?”.
    “Si”.
    Bene… la prova del nove, che non serviva, per sapere di poter riporre la mia fiducia in lei.
    Corriamo verso la sala B (Sephora ci ha fatto perdere pure troppo tempo), dove mi aspetta la prima sfilata della mia vita. Pavel Ivancic (se cliccate su ogni nome c’è il link del video della sfilata), di Mittelmoda. Passiamo i controlli, con quelli che sembrano degli inviti farlocchi visto che si tratta di un blocchetto di ridicole fotocopie tenute assieme da una spilla, e prendiamo posto. Mi siedo, prendo il taccuino con la torre Effeil, regalo di Cecilia da Parigi, inizio a scrivere e mi accorgo che la penna emana nessuna sostanza sulla carta. Impreco, ma Marta, donna previdente, ne ha una in più.
    Si spengono le luci, si accende una luce rossa, iniziano a prendere posto sulla passerella modelle al limite dell’anoressia, abbigliate con dei vestiti che farebbero sembrare una balena chiunque.
    Effettivamente, le modelle, dal vivo fanno impressione. Le loro braccia assomigliano al mio mignolo, il loro busto è microscopico. La polemica in proposito agli standard di magrezza che l’alta moda impone mi si para davanti. Non l’avevo mai troppo considerata, al massimo ho pensato che fosse un pour parler da salone di bellezza, ma avere questi scheletri dalla pelle cadente e l’aspetto smunto mi impressiona più di quanto potessi immaginare. Mi soffermo con la mente per qualche istante sull’argomento, e, per la prima volta sono fiera della mia trippa strabordante.
    Poi la luce torna ad essere normale, e rivela delle braccia completamente rosse, scarpe rosse (tanto che Sara lo ha definito “il comunista russo”) e degli abiti che mi fanno inorridire. Schizzo qualcosa su carta, segno una serie di parole che assocerei alla sfilata. Dura pochi minuti, ma non mi convince. Informe è la parola che scrivo calcando sul mio vergine blocchetto. Delusa, me ne torno verso casa, ma non prima di una tappa al McDonald con Cecilia, dove ci mettiamo a parlare di uomini, di gossip e varie ed eventuali, sorseggiando un Milkshake.
    Da annotare che Cecilia conia un gesto rituale che si ripeterà ad ogni sfilata. Al termine del defilée, con nonchalance, poggiamo il piede sulla passerella. Divertente ed ironico, visto che modelle non siamo, mi piace e ne facciamo un must immancabile, che si ripeterà ad ogni occasione.

     
    Day2:
    Dopo una mattinata passata in compagnia della mitica zia Evelina, in ospedale da lei per una visita, le rubo la macchina (c’è il blocco del traffico, possono circolare solo le pari, e la mia corolluccia è ovviamente dispari) e corro verso l’auditorium.
    Parcheggio in divieto di sosta per non pagare il parchimetro (lo ammetto, ma a un euro all’ora avrei pagato ben sette euro di parcheggio), e correndo, entro alla prima sfilata della mattina. Albino, sala H, più grande della sala C, che fa schifo a tutti ma a me piace. Delusa dalla sfilata del giorno precedente, decido di fare la cosa più banale, ovvero osservare gli avventori di tali eventi in cerca della velina e del calciatore. Il deserto vero e proprio. Grottesche matrone abbigliate nei modi più ridicoli, tutte convinte di avere venti anni e tutte convinte di essere alberi di natale con labbra rifatte da laccare in rosso. Le cose sono due: o le truccatrici di Sephora hanno colpito ancora, oppure il buon gusto è andato a farsi fottere. Opto per la seconda e il prendere per il culo stè soggettone diventa il leitmotiv della mia giornata, tanto che inizio a pensare d’esser alquanto ridondante. Ma mai come le Iene di Italia1, che sono alle sfilate, per le solite e noiosissime e ridicole prese per il culo delle suddette matrone. Cioè, risibili lo erano, ma credo che dopo aver visto per settanta milioni di volte le iene, ho un intolleranza palese al loro essere ripetitivi. C’è sempre il servizio sulle strappone ricche e ignoranti, quello sulle mignotte, quello sui transessuali, quello su Sgarbi e quello sulla cocaina, meno male che sono due mesi che non tocco il telecomando.
    Dopo Albino si bivacca qualche ora, mangio un panino che non sa di un cazzo ma costa come una pepita d’oro, del budino ai ribes decente, fumo una ventina di sigarette, cerco dei libri nella sfornitissima libreria dell’auditorium (tre su tre, nessuno trovato, manco stessi chiedendo la prima copia della bibbia stampata da Gutenberg nel 1455), chiacchiere con le compagne di corso di argomento enogastronomico che rafforzano la mia convinzione di abbandonare l’idea di mettermi a dieta. Adriana, la mia compagna brasiliana di corso, mi racconta in inglese alcuni interessanti aneddoti sul suo periodo di permanenza nella foresta amazzonica, e rimango affascinata.
    Ma torniamo alle sfilate. Carta e Costura. Interessante, forse la più interessante per i miei gusti. Prima di entrare incontro una simpatica cliente della mia edicola, una signora belga molto gentile, li per fare fotografie, che poi mi dirà di aver postato sul suo account di Flickr.
    Appena entrata, mentre cerco di prendere posto, cado rovinosamente sulla passerella. Mi sento come Naomi Campbell che crolla dall’alto dai platters della Westwood. Peccato che io peso decine di centinaia di chili in più e peccato che non mi potrò mai permettere un paio di scarpe di quel tipo, sia per il costo spropositato, che per la altezza del tacco, che mi farebbe somigliare di più di quanto già non somiglio, ad un transessuale. Figura di merda a parte, mi evito il gesto rituale di Ceciliana concezione, visto che per la sfilata ho già, ampiamente, calcato la passerella. Copio e incollo un pezzo dal mio articolo di recensione delle sfilate per il corso di giornalismo (il mio smisurato ego mi porta ad essere autocitazionista):
    << Appaiono sulla passerella delle figure rese anonime dalla presenza di sproporzionati occhiali da sole e giganteschi baschi neri, che quasi sembrano volere incarnare un ideale retrò di divismo.  I toni sono cupi; viola, nero e il grigio, intensissimo. C’è la predominanza di elementi legati allo street style, la felpa è esaltata, ingigantita, fino a diventare un miniabito che però mantiene il fascino informalmente stradaiolo. Le lane sono il punto forte della collezione, ben lavorate, ad uso e consumo di un gioco di sovrapposizioni che riesce, perfettamente, a non scadere in uno sciatto e semplice ammucchiare. Divertenti i guanti fluorescenti che spezzano, senza invadere troppo la scelta dei toni cupi, così come le cinture feticcio, laccate di nero, molto divertenti.>>
    Seguono le ultime due sfilate. Oltre al punto più trash della due giorni modaiola. Durante la penultima sfilata, quella che m’e’ piaciuta di meno, di Carlo Contrada, dietro di me un gruppetto di liceali tamarrissime ad alta voce strillavano delle frasi abbastanza grottesche. Ne ricordo qualcuna, per dovere di cronaca. “io quello me lo so scopato nell’ascensore”, o “beata te che c’hai l’ascensore, io se vojo scopà me tocca annà dietro na fratta”, ma anche “ma il culo glielo hai dato” a cui segue la risposta “avoja”. Io non so se voltarmi e prendere appunti sulle interessanti esperienze sessuali delle quindicenni in questione, o prendere appunti sul pelo posticcio applicato su una gonna in vinile quasi ad emulare quello pubico. Ovviamente faccio metà e metà, e imparo che è meglio non affrontare il sesso anale senza lubrificante e che i calzettoni di spugna, secondo qualcuno, possono sfilare sulla passerella. Nell’uscire dalla sfilata ci imbattiamo in una Performance artistica. Io non so come approcciarmi a queste cose. Definire artistico un angolo dove quattro modelle, che sembrano reduci da Auschwitz, se ne stanno sedute su delle seggiole, mi sembra un abuso del termine Arte. In generale, ultimamente mi sono posta parecchie questioni su quale sia la reale valenza di tale blasonatissima parola. Ho esaminato dizionari, ho discusso a lungo con Emiliano, una vera mente pensante (non c’è ironia in questo), e sono, infine, giunta alla conclusione che chi definisce qualcosa arte non è altro che una presuntuosa testa di cazzo che vuole considerarsi superiore alla massa applicando a se stesso dei significati che, molto probabilmente non è nemmeno in grado di comprendere. Io, che testa di cazzo che vuole considerarsi superiore alla massa sono, mi sono posta come obiettivo della vita di non adoperare questo termine mai, e di smontare le idee di chi ne abusa. Una testa di cazzo che odia le teste di cazzo, socialmente inaccettabile sia dai superbi che dai modesti, destinata all’incomprensione.
    Perplessa, mi godo l’ultima sfilata. Accanto a me un ragazzo con dei Rayban bellissimi nella sala buia. Ancor più perplessa dalla necessità di divismo di tale soggetto, carino, per carità, ma maggiormente cretino, visto che già io con i miei dieci decimi ho difficoltà a vedere bene, decido di concentrarmi sulla passerella presentata da Paolo Errico. Non male, molto giapponese nelle forme (cosa che apprezzo, ovviamente), e autunnale nei colori.
    Se pensate che questa frase non abbia senso, che tutto il post non abbia senso, mi confortate. Io inizio a pensare che nulla abbia un senso, ma questa non è una novità…
    Allego le foto fatte da Adriana. Se sento commenti sulle mie cosce strabordanti verrete ufficialmente blastati per i vostri difetti fisici e non.
    IMG_0037IMG_0041PAOLO%20ERRICO%20%2834%29PAOLO%20ERRICO%20%2841%29
    21 February

    Non Scritto...

    Mood: Ho la febbre

    Non stò calcolando il blog ultimamente, così come non stò calcolando i vostri di blog.
    Di cose da dire ne ho tante, ma prendo tempo e ci rifletto sopra.
    Per ora un solo, piccolo, consiglio cinematografico. Io l'ho visto in inglese, e ho pianto come una fontana, e non vado l'ora di vedermelo su di uno schermo grande in una sala cinematografica...
    Il Futuro non è scritto - Joe Strummer di Julian Temple, 29 Febbraio 2008 al cinema.
    Enjoy Rock & Roll!