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29 October Belli Capelli...Sgranocchio: Dei grissini
Ascolto: The Clash - The Magnificent seven
Mood: Gioioso
Strano che posto a quest'ora, vero?
Sebbene qualcuno di voi possa credere che sono riuscita a farmi licenziare, beh, vi sbagliate.
In questo preciso momento sono al lavoro, poggiata su una pila di corriere dello sport (ottimi come tavolino, per il resto è carta straccia), a compilare il mio primo post dal lavoro tra settecento interruzioni e commenti sul tempo delle vecchiette del quartiere.
La settimana è passata bene.
Sabato, è accaduto l'inaspettato.
Essendo una donna estremamente pratica, spartana, (ok, lo ammetto, quasi lesbica, sono lieta dell'avvento dell'inverno per evitare la depilazione per sei mesi almeno) e avendo subito un grandissimo trauma in adolescenza (una dannata checca isterica mi fece la boccia), per ben sette anni ho evitato di entrare in quei rovina estetica legalizzati chiamati parrucchieri.
Ma il mio incessante sperimentare colori e il mio status di donna spartana (ho detto spartana due volte per ricordare a tutti voi che con Panorama di questa settimana c'è allegato 300, film che manco ho visto, ma mi piace fare pubblicità subliminale) che mi impedisce di adoperare con regolarità i prodotti per la cura della bellezza, mi ha portato ad avere in testa una bella scopa di sagina rosso fuoco. Perciò, affascinata dalle tette di mia cugina (si, lo ammetto, sono lesbica), non ho saputo dire di no alla proposta allettante di un gratuito (Santa Evelina) pomeriggio dalla parrucchiera.
E effettivamente il pomeriggio è stato produttivo, sia per i miei capelli, che la parrucchiera ha apostrofato con più epiteti (paglia, scopa, sterpaglia) ed è, tagliandoli di non troppo, riuscita a renderli talmente decenti da provocare un complimento inaspettato maschile (wow) che fà sempre bene al mio ego smisurato, ma, e soprattutto, è stato splendido per la mia sanità mentale.
Dopo questa esperienza mistica fatta di storie di vita vissuta, sfogliaggio di riviste che in edicola tocco con i guanti per la monnezza che contengono, chiacchiere su uomini, figli, del caffè gentilmente preparatoci dalla shampista, ho finalmente capito che nella mia vita mancava tutto questo. Il pomeriggio è stato splendido, rigenerante direi, la parrucchiera è meglio di una madre (almeno della mia), è un accogliente utero (accogliente, santo cielo, sono realmente lesbica) che dispensa consigli mentre ti ricopre di sostanze chimiche, non capisco come per anni sono stata lontana da questi geniali luoghi femminili.
Ma passiamo al resto.
Maru, che finalmente ha un uomo (stappiamo lo Champagne, è il caso!), è diventata un poco uccel di bosco. Quindi ci siamo concesse un aperitivo giorni fà per aggiornarci su varie e eventuali, brindando a gli uomini. Sono lieta per lei, speriamo sia la volta buona, visto che con la sua lunga sfilza di ex fidanzati disastrosi (sarebbe meglio chiamarli casi patologici) si potrebbe tranquillamente scrivere un libro di quelli patetici stile "Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere".
Emiliano l'ho visto qualche sera fà, abbiamo sorseggiato alcool al Baccanale, pub situato a cecchignola, da Emiliano ribattezzato la Bacca Anale (commentatori astenetevi), assieme a Vincenzo. Anche l'essere metà uomo metà utero è iperimpegnato, tesi e cazzi vari, quindi aggiornamento anche con lui sugli eventi salienti delle nostre esistenze
Gigione, la cara Gigione, sono andata a trovarla ieri al cinema dove lavora ovviamente per scroccare l'ingresso in sala per Ratatuille, film molto carino sebbene realizzato con la computer grafica, cosa che detesto profondamente, sono un pò all'antica, il disegno vecchio stile per me sarà sempre la cosa più bella da vedere. Purtroppo il cinema era strapieno, Gigio in pratica mi ha solo salutata, ma fortunatamente in settimana mi aveva accompagnata per una toccata e fuga di shopping a Parco Leonardo, fruttatami un maglioncino molto bello e una maglietta con delle scritte stile film dell'orrore abbastanza graziosa.
Lunedì prossimo inizierò il corso di giornalismo di moda che mi ha alleggerito le tasche di un bel po di danaro (addio vacanze la prossima estate, porca puttana!), ma che spero mi farà passare dall'essere quella che vende il giornale a quella che fà il giornale. Dita incrociate, ma sò per certo che tutto andrà bene, la mia buona stella mi ha inviato un messaggio dall'alto dei cieli (sembro filocattolica o una maestra di yoga invasata).
Mentre, un mesetto fà, andavo a sostenere l'esame per accedere a tale corso, mi si è parata davanti Lilly Gruber, quella vera, che passeggiava amabilmente per via de' Coronari strafogandosi un panino con le sue splendidamente gonfie labbra.
Intimamente sò che questo è un segno del destino...
22 October Karaoke Casalingo...Bevo: Tea Verde al Gelsomino Mood: Mal di gola e naso che cola… (rima involontaria) Allora, eccomi qui a fare una cosa che faccio troppo poco spesso a causa dell’elevato costo da sostenere per farla (arzigogolata come frase). Trattasi di recensione di un gioco della wii. Sono moralmente contraria alla cosiddetta modifica (per i profani con modifica si intende quel procedimento che rendere la console in grado di leggere giochi copiati) di tale nippoaggeggio perché credo vivamente che quando qualcuno crea un prodotto valido, di mio gusto, è giusto che il mio danaro vada a finanziare eventuali altri progetti dello stesso genere. Soltanto che, per essere coerente a ciò che vado affermando, con il mio stile di vita decisamente dispendioso e sempre in attesa del giorno di paga, posso permettermi uno, massimo due, costosissimi giochi della mia amata console Nintendo al mese. In ogni caso, prima di prendere quella interminabile serie di due aeroplani per la Francia, stipendio alla mano, mi sono recata dal mio rivenditore di videogame di fiducia e mi sono fatta consegnare, dietro pagamento di ben euro settanta, il gioco che più desideravo da tempo immemore: Boogie. Perché euro settanta invece dei soliti non ricordo quanti ma sicuramente meno euro? Perché, rullo di tamburi, nella confezione è incluso un oggetto a me estremamente gradito, qualcosa in grado di rendermi più ridicola di quanto mente umana riesca ad immaginare. Ovviamente tutte queste quisquiglie per farvi arrivare ad indovinare che l’arnese in questione non è uno di quei cazzi di gomma che vibrano arrecando piacere a noi donne e non solo (il telecomando della wii in effetti vibra, si potrebbe adoperare per qualche piacevole momento di solitudine), bensì uno splendido, coerentemente alla console bianco, microfono, e che Boogie è un gioco in cui il senso del ritmo e l’essere intonati ti fanno terminare il gioco. Qui, il danzare (oddio, io lo definirei più tenere il ritmo, non immaginatevi quei giochi strafichi come dance dance revolution o dance with intensity dove si ha la pedana con le quattro frecce direzionali e si balla realmente) e il cantare fanno ottenere un punti, che variano per quantitativo a seconda della qualità della performance. I punti possono essere spesi nella modalità shopping, per comprare nuove canzoni, scenari o abiti per i propri personaggi. La modalità Storia è orribile, la EA games (che produce Boogie e che odio per aver assoldato l’inquietante bambino che dice “Challenge Everything” all’inizio di ognuno dei suoi giochi) si poteva sprecare facendo fare dai suoi grafici almeno un filmatino d’ animazione a personaggio. Tutto è invece leggibile tramite degli schifosamente architettati screenshot, sopra ai quali scorre la trama. Ciò mi ha fatto talmente ribrezzo che ho deciso di non leggere affatto quello che compariva sul mio tv, tenendo premuto il tasto a del Wiimote per scorrere rapidamente. Trama che ignoro a parte, in pratica ognuno dei personaggi deve completare una serie di pochissimi stage per sbloccare una nuova canzone. Terminate tutte le storie (se ci si mette di lena in mezza giornata si completa tranquillamente) viene sbloccato un nuovo scenario. La modalità Karaoke può essere impostata con o senza l’aiuto di una voce guida che facilita l’arduo compito, almeno per me, di seguire le note. Il testo scorre nella parte inferiore dello schermo (consigliato uno schermo grande perché è veramente scritto piccolo), mentre in quella superiore, sovrapposto all’immagine del proprio personaggio che balla, c’è un pentagramma con delle bolle. Le bolle si colorano di verde se si riesce a prendere la nota con la giusta intonazione, di rosso in caso contrario. La modalità Ballo è scarna e idiota, bisogna tenere il tempo con il Wiimote mentre con il Nunchuk ci si sposta sulla pista per raccattare monetine bonus. Quando il Potere Boogie è al massimo (una barra laterale che si colora se si tiene il tempo bene) ci si può sbizzarrire con varie combo, cambi di stile di ballo, tutto, aimè comodamente seduti sul proprio divano e senza scalmanarsi e sudare. Cosa mai tanto importante come in questo gioco è la colonna sonora, visto che bisogna cantarla e ballarla. La tracklist comprende dai vecchi classici un po’ happy (la mia amata Karma Chameleon, Walking on Sunshine,…), al pop idiota (un paio di canzoni della Spears, una di Pink, una di Ferie) passando anche per generi più alternativi, sebbene mantenendosi sul commerciale. Boogie, di base è un gioco che definirei scadente nel totale, ne sconsiglierei l’acquisto ai più. Ma, e c’è un ma, se ho la casa invasa dagli amici è di certo piacevole passare una serata, come è stato prima che io partissi, con un boa di piume al collo, cantando convintissima e stonando, passando il microfono a destra e manca e deridendo le note prese male altrui. Ovviamente si deve astenere chiunque è intonato e aggraziato, altrimenti sono settanta euro buttati, ma nel mio specifico caso direi proprio di che il divertimento è assicurato… 19 October Urla Mortali...Mood: Mal di gola
Ritornata dal mio mirabolante viaggio all’estero, il secondo in tre mesi (mi inizio a sentire talmente a casa che ormai cago persino nel bagno dell’aeroporto), non posso non raccontare, sebbene con una settimana di ritardo, tutti i ridicoli episodi avvenuti durante questo mio peregrinare. Destinazione Parigi, anzi, per essere più precisi Eurodisney. Come compagni di viaggio il mio rallentato fratello Lorenzo e la meravigliosa famiglia di zia Evelina, composta dalla suddetta mitica donna, Gianluca, mio zio, la scintillante cugina Sara, di cui ho decantato i seni in un post, e Gianlorenzo, il mio cugino quindicenne che ho scoperto essere amante dei Linkin park (e quindi da riportare sulla retta via). Erano anni, millenni direi, che non facevo un viaggio del genere, e per del genere intendo con degli adulti veri e propri (per me l’età adulta si raggiunge quando si ha un mutuo intestato a se stessi) che pagano tutto ciò che mangio, ti permettono di dormire in luoghi che non odorano di muffa e si occupano della accettazione della reception. Millenni, un po perché come tutti voi sapete la mia famiglia si è frammentata ormai da un bel po, un po perché anche io, abbastanza presto, mi sono dissociata dai viaggi parentali. Ma alla fine mi sono detta: quando a pagare non sono io, perché dovrei dire di no ad un viaggio? E cosi, con un bel po di remore, mercoledì mattina sono arrivata all’aeroporto di Fiumicino con mio fratello, appuntamento alle partenze internazionali. Un paio di ore dopo, ovviamente passate in sala vip a scroccare cornetti e caffè, grazie ai numerosi agganci dell’adorabile famigliola che ci pagava il viaggio, mi sono ritrovata a fronteggiare la mia più grande paura: il fottuto aereo. Fortunatamente mi sono tranquillizzata presto, in primo luogo perché Maru mi aveva truffata e convinta che il volo durasse due ore, quando invece si trattava soltanto di un ora e mezza di sofferenza, poi perché, effettivamente, l’aereo era dei più rassicuranti. Gli interni verde speranza degli aerei dell’Alitalia sono di certo psicologicamente molto più rassicuranti di quelli giallo isteria e blu sono precipitato in mare e sto morendo annegato della ryanair. Tra l’altro, pochi minuti dopo il decollo appaiono dei mistici schermi ultrapiatti a scomparsa che forniscono informazioni utilissime riguardo il volo, come la distanza percorsa, l’altitudine, e, soprattutto, ciò che più seda la mia ansia incontrollabile, il countdown all’atterraggio. In più le hostess sorridenti mi servono una fetta di dolce zuccheratissimo che probabilmente mi inebria a tal punto da farmi diventare quasi sopportabile ai miei compagni di volo. Mia cugina mi insulta, ma bonariamente, e poi mi spiega che si tratta di un aereo particolarmente sicuro, visto che i motori sono sulle ali e non sulla coda. Mio fratello si chiude nel Sudoku, e di tanto in tanto mi comunica lo status delle ali (cosa che mi rende tranquilla), mio cugino dorme tranquillo. Dopo numerosi attimi di sofferenza, atterriamo all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi, prendiamo posto sulla navetta per gli alberghi di Eurodisney, pilotata da un soggetto con dei baffoni austroungarici subito ribattezzato da me Bismarck. Il pullman (guidatore a parte) già ti fa entrare nell’atmosfera spaventosamente kitch del luogo, visto che è rosso con un enorme mano di topolino che regge una bacchetta magica, il tour degli alberghi è eccezionale, ognuno ha un ambientazione diversa, si passa dal deserto al nord boschivo dell’america, alla città di new York. Noi finiamo in un immenso e sterminato (citazione) castello medioevale, il Dream Castle, quattro stelle, pulito, con la vista su un bellissimo parco, sauna, bagno turco (che dalla avventura estiva con Maru ho iniziato ad apprezzare alquanto), colazione a buffet ipersboronerrima (passatemi il termine, c’erano persino i miei amati barattoli da mezzo chilo di Nutella), stanze con lettoni matrimoniali tutto per me, vasca, saponi de L’Occitane cremosissimi e tutte quelle altre piccole cose che non ho mai avuto nella mia vita visto che se mi dice bene nei miei viaggi soggiorno in un ostello con preservativi che galleggiano nel Wc. Buttiamo i bagagli in un angolo e, grazie alla pratica navetta, raggiungiamo il parco di divertimenti più famoso d’Europa. Eurodisney. Wow! E dico Wow cento volte al secondo, strabuzzando gli occhi e gridando come se avessi cinque anni. Tutti voi conoscete la mia insana propensione all’infantile, il mio possedere tamagotchi e giocare a Pokémon, e, sebbene la Disney non sia nata in Giappone, sebbene sia una multinazionale (e quindi una piccola parte comunista che alberga in me la odia), sebbene Topolino sia la più grande testa di cazzo mai disegnata su carta (questo lo pensiamo un po’ tutti), la visione ha del sublime. Tutto è coerente. Tutto segue un preciso stile. I cancelli in ferro sembrano usciti da una stazione ferroviaria di inizio secolo, così come i cappotti in lana, splendidi, che indossano i tizi che fanno da strappabiglietti. Superiamo il varco di ingresso. Il parco è semplice da descrivere, si entra e ci si trova in uno spiazzo, sulla destra il un palazzotto, sempre in stile inizio ‘900, il cosiddetto City Hall, dove si chiedono le informazioni. Dallo spiazzo parte una via, Main Street, che arriva fino al castello rosa (la cosa più omosessuale mai vista dai miei occhi) situato al centro del parco. Main Street è un fiorire di negozi, che, da brave donne io e mia cugina adocchiamo immantinente e organizziamo segretissimi piani per svuotare i nostri portafogli. Ai lati di Main street si trovano le aree tematiche del parco, che sono quattro. In senso orario, Frontierland, ambientato nell’america del Mississipi e dei fortini, Adventureland, il regno dell’avventura, dai pirati a Indiana Jones, Fantasyland, ovvero il luogo in cui se fosse possibile vivere io mi trasferirei subito visto che riproduce gli ambienti dei classici Disney e Discoveryland, la zona di ambientazione futuristico cosmonautica. Ogni area ha delle attrazioni spettacolari. Compilo una breve lista delle migliori a mio avviso. A Frontierland ci sono la casa stregata (che fa ridere e non fa paura), lo splendido trenino delle miniere, attrazione banale, tipica dei parchi anche non Disneyani, ma che mi diverte sempre vista la moderata velocità e il ridicolo battello del Mississipi che compie un micro giretto in un laghetto spaventosamente artificiale con tanto di finti pescatori di cartapesta o qualche altro materiale simile e geyser talmente finti e ridicoli. Adventureland ha un attrazione chiamata Pirates of the Caribbian, che, curiosamente, è stata l’ispirazione per la trilogia cinematografica della Disney, le montagne russe di indiana Jones (che, per mia fortuna sono chiuse) e la casa finta sull’albero finto (fatto di cemento). Fantasyland propone una serie di casette che si esplorano comodamente seduti su di un veicolo e riproducono alcuni dei vecchi classici quali Peter Pan (bellissimo, la navicella è una sorta di galeone volante che attraversa Londra, raggiunge l’isola che non c’è e riesce persino a sostenere il mio considerevole peso), Pinocchio (cartone che ho sempre detestato) e Biancaneve (credo di aver rischiato un infarto in quest’ultima, visto che la strega di Biancaneve e la foresta di alberi dalle espressioni e movenze inquietanti hanno sempre terrorizzato la sottoscritta, così come la mia amabile cuginetta, perciò, tra lo stupore generale dei bambini di dieci anni che si godevano affascinati la fiaba, io e lei urlavamo disperate), una orrida e buonista giostra dall’intento simil unicef di sensibilizzare i bambini alla multirazzialità, consigliata a chi ha dubbi su di un eventuale iscrizione al partito di Forza Nuova, chiamata It’s a Small Word, che riproduce un ipotetico viaggio, a bordo di una microbarchetta, per l’intero globo terrestre. L’utilizzo di un enorme quantitativo di grotteschi e terribilmente meccanici pupazzi, differenziati per etnia dal colore della pelle e dagli indumenti, mentre una canzone a dir poco lagnosa risuona, e riesce a farmi diventare ancora più razzista di quanto già non sia. Il pezzo forte, a mio avviso, di Fantasyland è il labirinto di Alice nel paese delle meraviglie, incantevolmente popolato dai personaggi (statue di plastica, ma belle comunque) del cartone più ambiguo e bello della storia della animazione non giapponese, dove mi perdo in numerosi urletti di gioia e meraviglia. Discoveryland merita chilometri di pixel visto che possiede l’attrazione più spaventosa di tutto il parco, la famigerata montagna russa Space Mountain. In primo luogo è bene che io faccia la solita premessa, vi tocca. Il mio rapporto con le montagne russe è spaventosamente conflittuale. In teoria le amo, le adoro, e non farei altro nella vita che starmene seduta su di un vagone a farmi sbatacchiare a destra e sinistra. Nell’esatto momento in cui poso, anzi, sprofondo, il mio enorme culo sul sedile provo esattamente le stesse sensazioni di quando sono sul fottuto aeroplano. Fine premessa. Inizio così a dichiarare le mie solite espressioni sboronerrime tipo “ah, che mai sarà questo Space Mountain!”, “Ci vuole ben altro per far paura a me”, “lo faccio dieci volte di seguito, perché io non ho paura di nulla.”, mentre mia cugina, un po’ timorosa, esprime un minimo di spavento. Giunge il nostro turno e prima che io possa sedermi l’amabile Sara, donna metà borsa di Fendi e metà ingegnere (strano incrocio), mi confida che griderà come una gallina mentre viene spennata visto che il terrore la pervade. Annuisco, le confermo che per me non c’è problema e può urlare quanto vuole. Ci ficchiamo negli alloggiamenti a noi assegnati dai solerti membri dello staff e noto che c’è una di quelle imbracature che si abbassano sopra il torace come protezione. La afferro e me la tiro giù da sola. Da qui il panico. Inizio a pensare che l’imbracatura è troppo lenta, che non reggerà il mio peso considerevole durante i numerosi loop, che potrei essere sbalzata fuori dalla navicella, cadere sulle rotaie ed essere successivamente investita. Il trenino nel frattempo compie una piccola curva e si prepara ad essere sparato dal cannone. Il cuore mi batte allo stremo, inizio a pensare che probabilmente ho una delle tante malattie cardiocircolatorie menzionate in lingua francese, sul cartellone di avviso che avevo intravisto prima di entrare in quella fottuta trappola, fottuta me che non conosco il francese e fottuti i francesi che non scrivono un avviso così importante in ogni lingua conosciuta. Il vagone è in posizione per essere sparato, inizia un countdown in un inglese americanamente parlato. Penso al mio funerale, al fatto che non ho detto a nessuno che non voglio che il mio corpo venga cremato e che non voglio nessuna messa, che vorrei essere seppellita mentre risuona una qualche canzone di Courtney Love. Immagino la prima pagina di repubblica con la notizia della morte di una grassa turista italiana su montagna russa, immagino una brutta foto in cui sono struccata. Three, two, one… Fumo bianco, sono morta, sto raggiungendo le nuvole, penso. Il serpentone di vagoni si inerpica a grande velocità su di una salita ripidissima. Mia cugina emette dei piccoli versi soavi che lei definisce urla di terrore. Stringo i denti, e le mani, una sulla maniglia dell’imbracatura, una su quella anteriore, autoilludendomi che se la prima ha un qualche guasto posso salvarmi grazie alla possente forza delle mie possenti braccia rimanendo aggrappata all’altra e viceversa. Sento le lacrime scendermi dagli occhi. Anzi, non scendono, vanno in orizzontale e mi rigano le tempie. La mia frangetta va all’indietro, mi dispero per l’aspetto inquietante che avrò nelle fotografie che si comprano all’uscita. Insostenibile. Non riesco a fingere nemmeno un grammo di tranquillità, così do fiato alle trombe e mi esibisco in delle urla spaventose. Grido come non ho mai fatto in tutta la mia vita, aggrappata così forte da sentire dolore alle mie mani. Per fortuna il supplizio dura pochi, interminabili, ma pochi, attimi. Il mostruoso viaggio è un confuso fiorire di luci al neon iperfuturistiche, riconosco un loop (o giro della morte che dir si voglia), un cavatappi (avete presente il cavatappi? La sensazione è quella di percorrerne uno gigantesco con tanto di vorticose virate), inclinazioni vertiginose e numerose discese. Scendo dalla navicella barcollando come quando mi sono ubriacata alla festa di Dario (rendo l’idea?), con le mani completamente indolenzite e chiuse in due pugni. Fisso il vuoto. Poi mi rendo conto che tutti mi guardano e ridono, estranei compresi. Vengo costretta ad un secondo giro, ripeto le urla, successivamente ribattezzate “l’urlo della morte” da Sara (definizione mai fu più azzeccata, devo mandare una mail alla Garzanti e dire loro di inserirla tra i neologismi), e mi convinco che le montagne russe non sono cosa per me, e, sebbene ripeto l’esperienza numerose volte, i decibel che provengono dalla mia voce non diminuiscono. Mio fratello, mia zia, mia cugina e mio cugino entrano nel loop e rifanno Space Mountain almeno una ventina di volte, fino a quando l’attrazione non ha un guasto tecnico che li fa rimanere per quasi mezz’ora sospesi ad una spaventosa inclinazione. Dopo che riescono ad uscire da tale inferno (calati con delle imbracature), li derido e gioisco del mio essere fottutamente cacasotto, visto che mi sono salvata da cotanta sfiga. Così decidiamo che è più opportuno visitare le altre attrazioni di Discoveryland, e mi innamoro di uno sparatutto ispirato a Buzz Lightyear e provo, ma schifo, pensando a Frà, la nerdata suprema: il simulatore di Star Wars, dove i fastidiosi robot parlano quella fastidiosa lingua che è il francese mentre si simula una battaglia stellare orridamente anni ‘70. Grazie a dio riesco in fretta a dimenticare l’esperienza al cardiopalma delle montagne russe a velocità supersonica per merito del più grande e pericoloso medicinale da me conosciuto: lo shopping. Effettivamente credo che Eurodisney sia una ottima trovata per spillare del danaro ai turisti imbecilli che ne vogliono buttare a palate, perciò non mi sottraggo, da brava turista imbecille quale sono. Saccheggio i vari negozi di Main Street portandomi dietro sei peluche di Stitch (in versione angelo, diavolo, hawaiano, pirata, mago di Fantasia, zucca di halloween), uno del Ratto Remì di Ratatuille di cui mi sono innamorata, un meraviglioso Carillon di Stitch, e qualche regalino per i miei amici. Dopo una lunga permanenza nel parco principale, Euro Disney, giunge infine l’ora di visitare il secondo parco, i Disney Studios, adiacente al primo. Gli Studios sono sicuramente meno affollati, con meno attrazioni ma ugualmente gradevoli. Cominciamo la visita con un giro sui tappeti volanti di Aladdin, un giretto su un trenino che spiega gli effetti speciali abbastanza spettacolare, una attrazione in cui le macchinine di Cars girano su se stesse causando nausea, e, subito dopo, iniziamo la lunga fila per provare la nuova attrazione, la Cruh’s Coaster, ispirata dal film Alla ricerca di Nemo. Esternamente somiglia ad una delle casette di Fantasyland, quelle rassicuranti e adatte a tutta la famiglia. La fila è composta principalmente da bambini dai dieci anni in su e dai loro genitori. Mia cugina mi chiede se ho intenzione di riprodurre il famigerato urlo della morte, ma la rassicuro in fretta. Poi qualcosa di inquietante colpisce la mia attenzione. Dei gabbiani meccanici muovono la loro testa, fin quando non incontrano il mio sguardo ed iniziano a gracchiare “Mine, Mine, Mine, Mine” (per chi non ha visto Alla ricerca di Nemo, tali bestiacce vogliono divorare il povero pesce, e ne rivendicano la proprietà appunto dicendo “Mio, Mio, Mio, Mio”). Un lungo brivido gelato percorre la mia schiena ed inizio a temere per la mia sanità mentale. In lontananza scorgo la rotaia, sormontata da delle navicelle da quattro posti a forma di guscio. I posti sono disposti in un insolito modo: due file di sedili, schiena contro schiena. O no, penso, questo coso ruoterà e io sbratterò (per i non romani sbrattare è un sinonimo di vomitare). Ma no, ruoterà piano, ci sono i bambini di dieci anni, e quelli in potenza sbrattano più di me. La protezione è una sorta di maniglione individuale a cui ci si regge e che arriva all’altezza del ventre, premendoci leggermente sopra, il che mi rassicura non poco, penso che i bambini non sono in grado di reggersi saldamente come un adulto, perciò calmo le mie ansie. Giunge infine il nostro turno e noi cugini ci conquistiamo il nostro guscio da quattro posti che parte immantinente. Effettua una piccola e divertente discesina all’aperto per poi rientrare al coperto. Che carino, penso, mentre il guscio ci trasporta nella trama del film. Povero Nemo, si è perso. Attraversiamo lentamente una sala colma di meduse luminose affascinanti (plastica, ovviamente, ma affascinante lo stesso), un'altra piena di lucine gradevoli. Poi iniziamo ad effettuare una salita, mentre uno squalo meccanico (non spaventoso, innocuo, quasi carino direi) cerca di colpirci, ovviamente lisciandoci. La salita si fa più ripida, finche non giungiamo davanti ad una coppia di pannelli di legno verniciati di nero che si aprono al nostro passaggio. Già mi pregusto i colori fluorescenti dei pesci d’abisso. Invece la rotaia inizia ad inerpicarsi in curve improbabili, discese vertiginose, inclinazioni che fanno una pippa (a due mani, aggiungerei) a Space Mountain, tutto ciò mentre lo stracazzo di vagone inizia a ruotare velocissimo su se stesso, facendo perdere la percezione corretta dei movimenti e delle direzioni ai suoi passeggeri. Inevitabile a questo punto è l’urlo della morte, guarnito da imprecazioni, al quale si uniscono tutti i possessori di un dna simile al mio. Il viaggio tanto pacificamente iniziato si è tramutato in qualcosa di spaventoso. La sensazione è quella di essere perennemente sbalzati fuori, con la consapevolezza che l’unica protezione di sicurezza che abbiamo è nella forza delle nostre mani. Una giostra che definirei inadatta ad un minore di anni quindici, perciò, se una mamma stà pianificando un viaggetto in questo luogo di giubilo infantile ed è, casualmente finita sul mio blog, le consiglio vivamente di studiarsi bene la mappa del parco ed evitare in modo categorico di passare davanti a questa giostra che mi fa fatto perdere almeno un paio di anni di vita. Altra, fuori luogo, attrazione, è la montagna russa degli Aerosmith, gruppo che gradirei sparisse dal panorama musicale. Per quale motivo quei tristissimi vecchi, oltre a sbomballarmi le palle con un singolo ogni due anni, devono possedere una montagna russa? È tutto così patetico. Prima di entrare si passa attraverso una sala in cui sono esposti gli strumenti, autografati, di alcuni musicisti rock. Guardo la chitarra di Gavin Rossdale e provo qualcosa di molto simile ad un orgasmo misto ad un attaccamento morboso ed adolescenziale ai Bush, poi ignoro ogni altro strumento presente, visto che nel migliore dei casi si tratta di un tamburello dei Pearl Jam (un tamburello, dico io, ma te pare?). Dopo la parata di chitarre e quant'altro si sbuca in una finta saletta di registrazione, dove un filmato di presentazione ridicolo mostra uno Steven Tyler descrivere quanto figa sia la montagna russa, usando termini da giovani con l’atteggiamento sgradevole (per la serie “ho novecento anni ma sono ancore un figo! Yeah!”) che solo i vecchi riescono ad avere. Impreco, mi auguro che gli Aerosmith vadano in pensione o si estinguano quanto prima, altresì di non morire su di una giostra che porta il loro nome, salgo sull’ennesimo strumento di tortura che la sgradevole Francia mi offre. La Rock’n’Rollercoaster (parafraso i Clash, anche se mi sembra inopportuno scomodarli) è moscia almeno quanto immagino siano i peni, senza l’aiuto di viagra, di Steven Tyler e compagni. Una accelerazione iniziale, un loop, ma nulla di più. Sarà che ero abituata a peggio, ma l’urlo della morte non sopraggiunge. In compenso, dopo aver passato numerosi giorni a rischiare allegramente la vita su delle giostre assolutamente spaventose, ma, tutto sommato sicure, la mia ansiogena mente non aveva scordato l’appuntamento con la vera morte: il viaggio aereo di ritorno. Passo la giornata di sabato con dei lancinanti dolori di stomaco, consapevole del fatto che ogni aereo casca al ritorno dalle vacanza. La teoria è semplice: si comprano dei regali, si accumulano delle esperienze, si dice “ci vediamo” (cosa che non faccio mai), quindi l’aereo non può non cadere. All’aeroporto vengo umiliata dalle guardie francesi che, convinte io sia una narco trafficante o una terrorista (non so, scegliete voi), mi fanno togliere quasi ogni indumento che indosso, scarpe incluse. All’umiliazione si aggiunge zia Evelina che mi inizia a girare attorno con la dannata fotocamera, colta dalla sindrome del giapponese e scatta numerose immagini mentre io bestemmio veementemente e mi congelo di freddo. Saliamo sull’aeroplano e scopro mio malgrado che si tratta di un velivolo con motori sulla coda, di quelli che mia cugina dichiarò pericolosi all’andata, probabilmente prodotto nel 1925, microscopico, sporco. Il colore degli interni, verde sto per vomitare, mi preoccupa vivamente, l’assenza dei monitor ultrapiatti che mi segnalerebbero l’eventuale avaria del mezzo mi costringe a controllare ogni due secondi l’orologio analogico prestatomi da mia zia, che, confesso, di non saper leggere alla perfezione. Giro la ghiera e piazzo la freccetta sul minuto preciso in cui l’aereo dovrebbe toccare terra. Cerco l’appoggio in mio fratello e mia cugina, ma non mi calcolano per niente, presi da una sfida a chi finisce per primo il Sudoku diabolico del Corriere della Sera. Placco percui una hostess, che mi tranquillizza dicendomi che non ci sono turbolenze e il volo è tranquillo, aggiungendo che ha paura anche lei visto che è l’ultimo volo del giorno. Penso che probabilmente si chiede come mai l’aereo non sia cascato prima e teme questa sia la volta buona. L’aereo parte, il rombo e assordante, le vibrazioni spaventose, sembra di stare su una Panda che viaggia a cento chilometri all’ora (Marco, ne sa qualcosa). Il decollo spaventa anche mia cugina che stacca gli occhi dal Sudoku. Effettuata la manovra spaventosa l’aereo continua a traballare, la hostess ripassa e mi dice “Vedi, niente turbolenze”. Bene, penso, se queste non sono turbolenze a breve l’aereo si sfracella in mille pezzi. Riguardo cinque volte le istruzioni in caso di ammaraggio, non ho mai capito come funziona il fottuto giubbotto di salvataggio. Continuo a non capire se devo tirare la corda o soffiare nella cannuccia per gonfiarlo. Inizio ad avere una voglia fortissima di aprire il portellone di emergenza. Voglio urlare. Cerco di supplire questi miei desideri vagamente dettati dal panico facendo della sana conversazione. Mio fratello e mia cugina mi esortano al silenzio, la sfida Sudoku è in corso. Inizio a sfogliare un Vogue francese. Niente, il tempo non passa. Molesto psicologicamente la mia hostess di fiducia, supplicandola di non far cadere l’aereo. Lei ridacchia (pensando io sia invasata) e io la guardo terrorizzata. Dopo svariato tempo passato a mangiarmi le unghie, effettuare i miei riti strani da malata di mente (che meriterebbero un post a parte), la voce di una hostess ci avvisa che a breve (dieci minuti dopo l’orario previsto) si atterra. Inizio a convertirmi allo scintoismo, Sara si stacca dal Sudoku perché la sfida è finita (vinta da Lorenzo), ma anche perché l’atterraggio la spaventa. Sentiamo i carrelli uscire, facendo un rumore spaventosamente metallico e sordo. Sobbalziamo, tutti e tre, e ci guardiamo con aria spaventata. L’aereo trema ancora, finche, dopo dieci minuti buoni, poggia le sue ruote, bruscamente, inutile dirlo a terra, incredibilmente sani e salvi. Credo prenderò il mio prossimo aereo tra almeno una decina d’anni… 10 October Fly Away...Mood: Odio l'aereo Spero di arrrivare viva a Parigi. Vado a Prendere il fottuto trabbiccolo volante... Adieù... 01 October Doverosa Recensione...Bevo: Tea Verde al Gelsomino Mood: Assonnata Questa settimana niente aggiornamento sulle mie vicende personali, un po’ perché sono state noiose, il picco massimo di divertimento, per farmi capire, l’ho raggiunto domenica mattina, quando il mio adorabile amico Emiliano mi ha chiamata per insultare assieme il Papa che recitava l’Angelus (mai risveglio è stato migliore) e il conduttore della rai alquanto ridicolo che commentava le idiozie dette dalla vecchia checcaccia tedesca (Emi, ti copio, perché mai definizione di Ratzinger è stata più calzante nella storia), un po’ perché sono in fase di elaborazione di alcune cose che mi sono accadute, e, come ogni persona sana di mente (prima non lo ero, stò cercando di diventarlo), prima elaboro e poi faccio il mio comunicato stampa. In ogni caso, se proprio non resistete dalla curiosità di conoscere i miei trascorsi settimanali (ma anche no), posso dire che ho preparato una torta millefoglie alla crema chantilly e cioccolato oltremodo eccelsa, ho ricomprato la tinta per i miei sbiaditi capelli che provvederò quanto prima a farmi applicare dalla mia tettona cugina e, ultimo ma non ultimo, sono rimasta con sessanta centesimi, tanto da arrivare a supplicare chiunque a regalarmi pacchetti di sigarette (la mia unica necessità), ovviamente ricevendo soltanto numerosi vaffanculo. In oggi caso, in questo afoso lunedì di inizio ottobre, vorrei parlare a tutti voi di un esperienza mistica avuta dalla sottoscritta. Piccola premessa. Amo, in maniera smodata, i luoghi comuni. Non c’è nulla di meglio a mio avviso, per ridere, di un nerd che si esalta all’idea del rilascio della versione 4.0 di Dungeons & Dragons (ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale), di un fighetto con il pene microscopico, di Carmen Di Pietro a cui scoppiano le tette durante un viaggio aereo. Dal luogo comune possono prendere vita una miriade sterminata di prodotti. Dalla satira più tagliente, passando per l’arte (mi viene in mente la pop art o il dadaismo, ma sicuramente c’è dell’altro) al cinema. E proprio di quest’ultimo vi vado a parlare. Sarà che sono stata giovane negli anni ’80 e ’90, e quindi mi sono potuta godere dei capolavori della cinematografia (e anche molte trashate, sia ben inteso) che ritraggono in modo ironico (talvolta sfiorando la demenzialità) e non la società americana in una delle sue peggiori forme: la High School. Sarà che, ormai, ognuno di noi ha assimilato gli stereotipi che contraddistinguono la vita del liceo americano. Dalla cheerleader bionda e tettona che esce con il Quarterback della squadra di Football, si professa cattolica stile Casa nella Prateria per perdere la verginità nel sedile posteriore della macchina del suddetto per poi essere scaricata per una cheerleader più tettona e più bionda, il nerd che partecipa alle gare di matematica , gioca a pacman ma non viene filato dalle donne, ma poco importa visto che è riuscito ad entrare nel sistema informatico dell’FBI scoprendo la prove dell’esistenza degli alieni, gli studenti che aderiscono al club di arte drammatica o di cinematografia che sono un ammasso di imbecilli che indossano abiti sdruciti, hanno i capelli o viola o verdi e si riempiono la bocca di cazzate artistiche, i metallari o i fattoni (i secondi hanno sostituito i primi negli anni novanta) , che si salutano dicendo bella, si esaltano per cazzate quali canzoni cacofoniche o skateboard, parlano delle donne che si fanno ma l’unico rapporto sessuale che hanno è di natura masturbatoria, il/la sfigato/a, che puzza, ha i capelli unti e gli occhiali, balbetta se chiamato/a in causa, viene corcato di botte dai bulli e deriso dalle fighette, ma, alla fine del film, come ogni brutto anatroccolo, riesce ad andare al Prom accompagnato/a dal personaggio più popolare e figa/o della scuola, avendo la sua rivincita. Se dovessi fare una breve lista degli esempi di uso di tale stereotipo perderei tanto di quel tempo che non ho, vi basta guardare un film che è la summa di tutte queste, demenziale, ma proprio per questo perfetto per comprendere il genere: “Questa non è un'altra stupida commedia americana”. In ogni caso, tutta questa solfa che vi siete dovuti sorbire finisce qui. Presa dalla noia della mia settimana e dal consiglio spassionato della mia bambina preferita che viene in edicola (con cui passo ore a parlare di Tamagotchi, Pokémon, Hannah Montana, Witch e tutte quelle cose che conosco come solo i minorenni possono), ho deciso, con tantissimi pregiudizi morali, nonché qualche trauma psicologico, di dowloadare (sia lodato il mulo) e guardare, High School Musical. Per tutte le persone sane di mente o che non lavorano in un edicola (percui non costretti a conoscere ogni cosa, visto che esistono giornali di qualsiasi argomento) , High School Musical è un film, un musical per la precisione, prodotto dalla Disney (ve lo ricordo, Walt Disney era membro di una loggia massonica, è bene saperle certe cose) che ha avuto un successo spaventoso tra le ragazzine grazie anche alla presenza di quello che in età prepuberale si può considerare un figone (visto la assenza di peli, che in età adulta si cominciano ad apprezzare), ovvero il sempre presente sulle copertine di Cioè (quanto è anni ’90 da uno a dieci Cioè?) Zac Efron, qui nel ruolo di Troy. La storia è semplice e banale, come ogni storia ambientata in un liceo americano (il che non è necessariamente un male). La nerd Gabriella, nuova arrivata alla East High School, e scopre, assieme a Troy, il playmaker della squadra di basket, di avere una passione smodata per il Musical, e, come è ovvio, anche l’uno per l’altra. I due si trovano in difficoltà davanti agli amici a causa della loro appartenenza a due mondi distinti e distanti, ma, alla fine, con ottimismo tutto americano, riusciranno a trionfare i buoni sentimenti e bla bla bla. Nulla di strano, una commedia americana sul liceo. No, invece io ho trovato parecchie cose strane. In primo luogo i due protagonisti. Troy è a dir poco un omosessuale represso. Un maschio, eterosessuale, giocatore di basket, non ha come desiderio segreto il cinguettare e sgambettare in un musical, al massimo può prendere per il culo additando come checca chi fa tutto questo. Zac Efron, inoltre, avendo un aspetto efebico e rassicurante, costruito ad arte per la bambina media di dieci anni che spera di esser presa per mano al massimo visto che anche il baciarsi è troppo sconcio (io sono tarda, ma per me lo era anche a sedici), è a dir poco checchiforme. Vanessa Hudgens, che interpreta Gabriella, e a dir poco una figa pazzesca, ma non il genere di figa che a inizio del film indossa un paio di culi di bottiglia come occhiali e ha i capelli accroccati con una bic in un improbabile cipollone informe, e alla fine diventa bella semplicemente togliendosi tali orpelli antiestetici. È truccata magistralmente (forse anche troppo per essere un film della Disney), vestita in modo stiloso, con jeans dal bel taglio, cinturine leziose alla vita, scarpette delicate, insomma, lontana anni luce dallo stereotipo che dovrebbe rappresentare: la cozza che però per quanto è intelligente fa una pippa pure ad Einstein. In generale il 95% dei personaggi di questo film sono baldi ragazzotti e ragazzotte tutti piacenti per il canone medio mondiale (a parte una grassona che appare per un paio di secondi, perché la Disney deve accettare i diversi), che sconvolgono il naturale equilibrio del liceo medio americano: le sfigate e le nerd sono fighe quanto le cheerleader, i giocatori di basket si distinguono dagli altri solo perché indossano una maglietta rossa. I personaggi secondari, nemmeno loro si salvano. Dalla coppia Fratello-Sorella di rivali che, nel finale, accettano la sconfitta e diventano buoni (la Disney sconvolge il naturale equilibrio delle cose), i due migliori amici dei protagonisti, ovviamente di colore (la Disney è multi-etnica), che alla fine quagliano assieme. Dal punto di vista del musical, le canzoni sono orecchiabili, non me ne è rimasta in testa nemmeno una, ma ho sentito di molto peggio. I balletti sono un po’ poco coreografici a mio avviso, ma, come ben sapete, di queste ridicole espressioni artistiche io non capisco un emerita ceppa. In generale, un prodotto Disney (e quindi massonico, oddio, se scrivo di nuovo massonico col cazzo che mi fanno entrare a Eurodisney), il che, tradotto in italiano significa adatto a chi ha meno di dieci anni. Perché, chi ha una vaga memoria degli anni ’90, sicuramente troverà prodotti esteticamente meno corroboranti ma dai contenuti più coerenti di questa buonista ma innocua favoletta della buona notte. Sia Lodato il Breakfast Club! |
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