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26 January Giochi Nuovi...Fumo: Benson blu
Ascolto: Siouxie and the Banshee - Hong Kong Garden
Mood: Assonnata
Salve a tutti, non sono morta. Sono solo iperoberata da duecentomila cose.
Corso, lavoro, poco tempo per gli amici, poco per me stessa, sonno, fame (sempre presente), musica, videogame, computer portatile, sigarette. Sempre io. Sempre a cercare di capire il mondo che mi circonda. Comunque, un paio di post fa avevo promesso la recensione dei due giochi della Wii che ho ricevuto come strenna natalizia. Non me ne sono scordata, ho solo posticipato un poco, ma visto che se continua così finisce che ne parlo a pasqua, mi auto impongo di postare. My Sims e Pokemon Battle Revolution, che dire, forse che la Wii non delude mai la sottoscritta in grave tossicodipendenza da console Nintendo. Iniziamo dalla cosa che mi esalta meno, lasciando i fuochi d’artificio per il gran finale. Ovviamente parlo di My Sims, che sebbene non raggiungerà mai il gradimento quasi orgasmico che mi provoca Pokemon battle devolution, si difende bene. My Sims per certi versi mi ricorda un poco Animal Crossing per DS, sebbene il suddetto videogame per me rasenta una delle più vicine forme di perfezione video ludica che mente nipponica abbia concepito. Siamo in un paesino (che ovviamente battezzerete a vostro piacere, io che ovviamente sono megalomane l’ho chiamato SiLTown) che fino a qualche tempo fa era uno dei più bei posti dove vivere. Purtroppo la popolazione lo ha abbandonato, stanca della sua estetica e dei pochi luoghi di divertimento. Compito del proprio sim, che per l’occasione è stato reso cicciottello e teneroso (da leggere con vocina squillante da adolescente che ha il cellulare di hello kitty) , è quello di riportare questo luogo desolato al vecchio splendore, invitando i passanti ad unirsi alla popolazione. Ovviamente non è così semplice. Ognuno dei rompiballe che si incontrano ha dei precisi gusti in fatto di stile. C’è il cuoco giapponese che vuole una casa sushi bar, la tipetta trendy (leggere con la stessa voce di prima) che deve necessariamente vivere in discoteca, il nerd che sogna di gestire il negozio di fumetti. Nel sushi bar ci sarà bisogno di fornelli, in discoteca, consolle e amplificatori, il nerd ha bisogno di un frigorifero (?) e altro. Quindi, prima convinci il personaggio di turno a trasferirsi, poi gli costruisci la casa, e dopo i mobili. Per fare i mobili c’è bisogno delle cosiddette essenze, vernici speciali che si ottengono da diverse fonti, principalmente scuotendo alberi, ma anche scavando nel terreno, pescando, o partecipando a minieventi che si svolgono nella città. Pecca principale del gioco, come in ogni gioco della serie più fortunata della EA games, è la sostanziale ripetitività. Punto di forza, che piacerà tanto alle femminucce, è la possibilità di creare e custumizzare totalmente la propria cittadina, renderla carina e vicina ad i propri gusti. Quindi, detto ciò, se non avete un pene dovreste giocare con tale videogame, in teoria vi dovrebbe piacere. Ma passiamo al momento di totale catarsi interiore. Pokemon Battle Revolution. Con le lacrime a gli occhi, e un poco di morte nel cuore, non ho aperto subito la confezione per giocarci, ho atteso il mio fido compagno, da ormai il primo gioco di pokemon su game boy color, Emiliano. Certi momenti epici vanno vissuti come la più alta celebrazione dell’amicizia, quindi ho resistito, e, tornando indietro lo rifarei. Il motivo è semplice. Io, Emiliano, sigarette, i nostri due Nintendo ds luccicanti. Inseriamo Pokemon Battle Revolution e i cuori ci battono forte, all’unisono, e sento un groppo alla gola dall’emozione. Accediamo subito alla parte di gioco che più ci interessa, che più abbiamo anelato: la lotta tra DS. In pratica, ognuno, con i propri pokemon catturati e cresciuti con amore in mesi di gioco, può sfidare i gli amici. Rimaniamo a bocca spalancata vedendoli diventare da bidimensionali a tridimensionali, e iniziamo a misurarci in una serie di duelli epici, visto che bene o male i nostri team sono ben congegnati ed equilibrati. La parte più bella del gioco, oltre al vedere come effettivamente le mosse funzionano, è scoprire come le adorabili e fantastiche creature collassano (si, so che molti di voi gradirebbero vederli implodere). Ho le lacrime nel vedere l’aggraziato e straziante accasciarsi del mio Gardevoir che si lascia morire in un modo estremamente enfatico, ma c’è chi spira comicamente, e chi pare abbia delle realisticissime convulsioni. Detto ciò, il gioco possiede anche una modalità di lotta online, dove si possono sfidare allenatori di tutto il mondo che talvolta mi hanno dato del filo da torcere, ma che, di base, riesco a massacrare senza problemi, e la modalità classica di storia, che ho completato al solo scopo di ottenere danaro per comprare abiti per il mio avatar-allenatore (è una boiata). Per chi non possiede un Nintendo DS con cartuccia di pokemon diamante o perla, spendere danaro per questo gioco è pressoché inutile, ma se siete di quelli che come me hanno sempre seguito la inenarrabile saga dei mostriciattoli tascabili, è un imperativo categorico possedere questa piccola chicca che tante emozioni porta con se… 11 January Modalità Insolite...Mood: Fame e preoccupazione per il mio pomeridiano destino Normalmente odio fare cose incoerenti, sebbene la mia vita si basa proprio su scelte simili, che, talvolta si sono rivelate le migliori. Oggi decido quindi di incorporare un video al mio post, perchè la canzone è bella già di suo, Romeo & Juliet dei Dire Straits, perchè la cover è ben fatta dai Killers, perchè il cantante dei killers mi stà scavando sotto la pelle, piazzandosi nelle mie viscere, trovando un angoletto che Mr. Joe Strummer ha lasciato libero. Godetevi questo mio regalo, e, alle ragazze consiglio un bel bavaglino, per evitare di sbavare sulla tastiera. 04 January Orientali Melodie...Ascolto: The Killers – Read My Mind
Mood: Relax post Bagno Qualche giorno fa me ne sono andata a cena fuori. Amo mangiare bene, penso sia evidente dalla mole di ciccia che mi porto dietro. Adoro la cucina etnica, ma ho anche dei gusti ben precisi. Sia inteso, amo sperimentare, credo di aver provato un po’ tutto e ciò che non ho provato lo proverò volentieri. Ma la cucina cinese è troppo fritto, il mediorientale non è male, sebbene l’abuso di ceci, il greco è abbordabile, la cucina anglosassone è grassa (soprattutto quella di mia nonna Peggy, soprattutto il suo Christmas Pudding che ancora cerco di digerire dal pranzo del 25 dicembre), la cucina turca devo riprovarla, ma porto con me buoni ricordi e il giapponese lo trovo un poco insapore, ma ci sono stata troppo tempo fa e gradirei riandarci, magari il palato mi si è assottigliato. Su tutte, la cucina che mi fa sbavare al solo pensiero è l’indiana. Il mio amore per tale cucina mi è stato trasmesso dal fratellino giramondo, che ha vissuto a Londra, spesso ospite dei miei zii a cena fuori, e ha potuto godere dei privilegi della multietnica cucina della capitale britannica. Tornato a Roma, una sera, nell’indecisione di dove cenare, ha proposto l’indiano. Amore a primo assaggio, le spezie, i sapori, e, soprattutto, il grande ventaglio di scelte che questa tradizione gastronomica offre a chi, come me, soffre di un grave disturbo: il vegetarianismo. Generalmente vado al mio indiano di fiducia, l’Himalaya Palace, sulla Circonvallazione Gianicolense, personale gentile come solo gli indiani sanno essere, servizio ottimo, tavolini fuori dove ci si può tranquillamente tabagizzare, nulla da appuntare. Tanto per cambiare, sono stata in Via Principe Amedeo, zona Piazza Vittorio, la chinatown de noantri, dove, come funghi, sorgono attività più o meno legali gestite da immigrati più o meno regolari provenienti da paesi più o meno noti. Tra negozi semivuoti con esposti degli abitini in sintetico con le abbottonature alla coreana, buste gigantesche di rifornimenti per gli ambulanti africani da spiaggia o da parcheggio del supermercato, si possono trovare pure dei buoni ristorantini indiani, dal prezzo contenuto ma dal sapore eccelso. Little India non è male. L’ambiente è più colorato e giovanile(se si usa questa parola, giovanile, significa che ormai si è vecchi, quindi mi rattristo in un angolo per dieci minuti), la cucina speziata quanto basta, e a parte un insopportabile antipasto piccantissimo, devo dire che è uno dei migliori ristoranti indiani sperimentati dalla sottoscritta. Ma non sono qui per parlare di cibo, sebbene la tastiera ormai e’ ricoperta da una coltre di vischiosa bava e dico a chi non c’è mai stato di correre al ristorante indiano più vicino e ordinare Malai Kofta, Matter Paneer, Daal, e del riso Basmati. No, vorrei raccontare la mistica esperienza che ho avuto in tale luogo. Come ben sapete, io, dal nove di Dicembre ho deciso di non accendere più il televisore. Niente più messaggi fuorvianti fuoriuscenti da piccoli o grandi schermi, solo buoni film, buona musica, buona informazione. Mi ritrovo nella sala del ristorante rivolta verso uno schermo e vengo catturata in un attimo. Niente Maria de Filippi, ne Antonella Clerici. C’era su un dvd fatto da video musicali indiani. Rimango estasiata da tale visione che decido e dico ad alta voce: “devo diventare un esperta di musica indiana”. Cosa mi colpisce? A parte le parole incomprensibili, di cui ho sempre subito grande fascinazione, le melodie neniose, è il microcosmo di fluorescenti e assurde, per me povera e idiota occidentale, scelte cromatiche, gli errori di abbigliamento, quelli classici, che, da manuale, non si devono mai commettere, tipo “pantaloni blu, scarpe marroni, maglietta nera”, tutti presenti, l’alta concentrazione di materiali infiammabili addosso a ballerine dalla carnagione olivastra e gli occhi profondi, l’esasperata imitazione di stili o suggestioni prettamente occidentali, quali il rap e i suoi culi sculettanti, il romantico stucchevole, la moglie cornuta, l’uomo macho punito per la sua idiozia, la donna cozza che vince sulla gran figona o la sexy collegiale pseudo innocente ma in realtà gran porcona alla Britney Spears vecchia maniera. Detto così sembra riduttivo, quasi perculatorio, ma, per tutta la cena non sono riuscita a staccare gli occhi da quello schermo, diventando di poca compagnia per i miei accompagnatori. Tutto incredibilmente esotico, in senso buono, lontano dalla nostra ristretta concezione che si appoggia a determinati canoni da cui poi non esce, rimanendone incastrata. Donne magre, donne grasse, donne sorridenti, donne che dovrebbero andare dall’estetista a farsi fare le sopracciglia, donne di una bellezza evidente, altre di una bellezza sommessa, altre ancora, obiettivamente bruttine. Affascinata da questo caleidoscopico mondo, supportata da wikipedia, google e youtube, che rendono noi giovani (se dici giovane riferendoti a te stesso, sei ormai ad un passo dall’estrema unzione) più vicini ad ogni luogo, ho iniziato la mia esplorazione della musica pop indiana, scoprendo meravigliose chicche. Su tutte la capostipite del cosiddetto Hindi Pop, tappa essenziale per comprenderne i mutamenti, la compianta cantante pachistana Nazia Hassan, che negli anni ’70 portò sulla vette delle classifiche indiane la splendida hit Disco Deewane (che si legge Disco Divani), la leggermente in sovrappeso e sorprendentemente ferma agli anni ‘80 Alisha Chinai che canta Lover Girl e Anaida, una donna che passa dallo sciatto allo strapponico in pochi istanti nel suo video più celebre, Oova Oova. Consiglio a tutti quest’esperienza tra le maglie dorate della musica Pop indiana, io ne sono rimasta colpita e affascinata, anche perché l’india è la seconda nazione più popolosa su questo rotondo pianetuncolo, e, sicuramente, queste canzoni sono più ascoltate e famose di quelle di Laura Pausini. E poi, mi è servito anche per ricordarmi che forse la globalizzazione di positivo ha questo. Io, donna occidentale, posso ascoltare nella mia stanza in un condominio di otto piani in piena periferia romana, della musica mai sentita prima, lasciarmi trascinare dai colori, le ambientazioni Bollywoodiane, mentre bevo una tazza di tea Indian Chai, prodotto dalla Twinings, una multinazionale che probabilmente ha ben poco di indiano, mentre il fumo della sigaretta si mischia a quello dell’incenso all’ambra. È confortevole, è spaventoso, è il 2007. Anzi, il 2008… |
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